A partire dal 28 giugno 2025 entrerà in vigore il nuovo regolamento dell’Unione Europea che potrebbe ridisegnare in modo sostanziale il mercato dell’arte internazionale. La norma, approvata nel 2019 ma attuata solo ora, introduce restrizioni significative per l’introduzione nell’UE di beni culturali provenienti da Paesi terzi, incluse aree di rilievo come America, Cina, Africa e Asia. Se da un lato l’obiettivo dichiarato è quello di contrastare il traffico illecito e la movimentazione non autorizzata di opere d’arte, dall’altro le nuove disposizioni sollevano serie preoccupazioni tra gli operatori del settore, che ne denunciano la complessità, la rigidità e gli effetti potenzialmente dannosi su scambi, mostre e collezioni.

Un impianto normativo rigido
Il regolamento UE n. 2019/880 mira quindi a regolamentare l’importazione nel territorio europeo di beni culturali originari o rinvenuti in Paesi extra UE: il sistema prevede l’obbligo di richiedere digitalmente una licenza attraverso un’apposita piattaforma elettronica (la quale è ancora in fase di attivazione). I richiedenti dovranno dimostrare con documentazione valida che l’opera è uscita legittimamente dal Paese d’origine prima del 24 aprile 1972, data della Convenzione Unesco.
Qualora ciò non sia possibile, sarà necessario provare che l’oggetto sia rimasto per almeno cinque anni in un altro Stato non UE. I tempi di autorizzazione non sono brevi: l’articolo 4 del regolamento stabilisce che entro 90 giorni dalla presentazione completa della domanda, l’autorità competente debba decidere se concedere o meno la licenza d’importazione.
Questa lunga attesa, secondo molti operatori, rischia di creare forti disagi anche dal punto di vista economico. “Lasciare un bene fermo tre mesi senza una ragione concreta è un ostacolo pesante”, denuncia Moshe Tabibnia, noto gallerista specializzato in tessuti antichi. Il provvedimento, infatti, impone procedure complesse che potrebbero scoraggiare collezionisti e professionisti del settore, con un impatto negativo sulla circolazione delle opere d’arte.
Le reazioni del settore: allarme da Tefaf e antiquari
L’introduzione di queste nuove disposizioni ha suscitato reazioni accese tra le principali fiere internazionali, galleristi e antiquari. Will Korner, direttore generale di Tefaf Maastricht e New York, ha espresso preoccupazione per gli effetti sul mercato globale: “È evidente che il regolamento dell’UE mette a rischio la circolazione delle opere d’arte nel mondo, un elemento essenziale per la nostra società e una delle missioni fondamentali di Tefaf”. Critiche sono arrivate anche da Fabrizio Moretti, per anni segretario generale della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, che ha definito “assurdo” l’atteggiamento repressivo nei confronti della categoria: “Gli antiquari sono i primi a voler tutelare il patrimonio, sia esso europeo che extraeuropeo”.
Anche Lucio Morini, esperto in paraventi giapponesi, sottolinea l’incongruenza di un sistema che complica l’importazione di opere in un mercato nazionale già debole: “Chi sceglie l’Italia dovrebbe essere incentivato, non ostacolato”. Le nuove regole impattano direttamente anche sulle case d’asta come Cambi, Finarte e Il Ponte, che organizzano annualmente vendite di arte orientale con valori spesso inferiori ai 10mila euro.
Non va meglio per le fiere: chi espone oggetti provenienti da Oriente o America Latina dovrà fornire autocertificazioni dettagliate per ogni pezzo e convertire tali documenti in licenze ufficiali in caso di vendita. Inoltre, l’importatore dovrà essere registrato in UE, imponendo ai galleristi di costituire entità legali all’interno del continente.

Una burocrazia eccessivamente lenta nel nuovo regolamento
La normativa si estende a un’ampia gamma di beni culturali. Oltre agli oggetti archeologici con più di 250 anni – definizione che include anche opere barocche – rientrano nel campo di applicazione quadri, sculture, incisioni e disegni realizzati a mano, ma anche frammenti architettonici, sigilli e monete d’epoca, senza limiti di valore. Per le opere di oltre 200 anni viene poi stabilita una soglia minima di 18mila euro, una cifra che si raggiunge facilmente nel mercato.
L’assenza di una banca dati europea operativa per il tracciamento delle opere sospette rende il sistema ancora più macchinoso. Come ha sottolineato Giuseppe Calabi, esperto di diritto dell’arte e membro del consiglio direttivo del Gruppo Apollo, il provvedimento appare ridondante: “Il fine non giustifica i mezzi. In Europa esistono già leggi severe su questi temi, specialmente in Paesi come l’Italia”. La preoccupazione è che l’UE stia adottando un approccio eccessivamente burocratico penalizzando settori fondamentali per la cultura e lo scambio internazionale. Secondo Korner, Tefaf Maastricht sarà tra le realtà più colpite, con un impatto su circa 20 gallerie su 270, in particolare quelle che trattano oggetti dell’arte africana, oceanica, mesopotamica o della Via della Seta.


