Le anatomie spaziali di Maria Helena Vieira da Silva in mostra a Venezia

La Fondazione Peggy Guggenheim esplora le ragnatele urbane dell'artista portoghese in una rassegna che ne ripercorre la carriera

Dal cortile interno della Fondazione Peggy Guggenheim si accede, tra sculture e frasi al neon, alla mostra Maria Helena Vieira da Silva: Anatomia di uno spazio, a cura di Flavia Frigeri. L’esposizione è visitabile fino al 15 settembre 2025 e, ripercorrendo la carriera della pittrice portoghese, indaga la sua postura artistica verso gli ambienti architettonici: attraverso tratti e colori Vieira da Silva crea spazi dai contorni indefiniti e malleabili, che mettono in dubbio il concetto stesso di realtà e trasformano le città in ragnatele urbane.

Vieira da Silva nasce a Lisbona nel 1908 e fin da subito entra in contatto con la musica e con l’arte; prosegue gli studi a Parigi dove incontra il pittore ungherese Arpad Snezes, suo futuro marito. È proprio un quadro di Arpad ad aprire la mostra: è un ritratto della moglie intenta a dipingere sulla tela un intricato corridoio di linee, che sembra emergere tra le morbide forme del salotto circostante.

Vieira da Silva: lo spazio umano

L’interesse di Vieira da Silva per la rappresentazione dello spazio nasce nel 1926 grazie a un corso di anatomia che l’artista segue a Lisbona: lo studio delle ossa non la conduce però a concentrarsi sulla figura umana, ma lo assume come metodo di misurazione del mondo. La consapevolezza di spazi nascosti e possibilmente immaginari, invece presenti e ben reali, trasforma gli edifici protagonisti dei quadri: le pareti diventano trasparenti e lasciano intravedere le complesse strutture sottostanti, come se fossero sottoposte ai raggi X. In altre occasioni invece i muri mantengono la loro materialità, ma sembrano piegarsi e contorcersi grazie all’abile uso del colore.

Così facendo, la sovrapposizione degli spazi crea luoghi dall’apparenza incomprensibile e incoerente. Questo paradosso percettivo è restituito al pubblico attraverso lo spazio della mostra veneziana, che si sviluppa in stanze piccole e stretti passaggi: una scelta felice che dà al pubblico la sensazione di perdersi nei quadri di Vieira, lungo un reticolo di corridoi.

Le città invisibili

L’intenso legame di Vieira con l’urbanistica è testimoniato dai dipinti dedicati alle città, come Venezia e Parigi: particolarmente interessanti sono però i quadri che ritraggono città non specifiche, o esplicitamente immaginarie. È il caso de La città dei giroplani del 1954, dove l’artista immagina «un’immensa metropoli» dove gli abitanti si muovono in modo verticale: «non un gigantesco grattacielo, ma un’architettura ariosa che si eleva armoniosamente nell’azzurro». Con gli strumenti dell’arte Vieira da Silva crea una planimetria accogliente e libera, un progetto di fantasia edilizia che sembra evocare l’immaginario delle calviniane città invisibili. Il tema della città si evolve in quello del labirinto: la tecnica a scacchiera si intensifica ed è emblematico il quadro Dedalo, dove il fitto intrico di linee non simboleggia più soltanto uno spazio materiale, ma rappresenta la condizione di prigionia dell’animo umano costretto ad abitare in un groviglio mentale perenne.

Bianco Marsiglia

L’ultima sala, la più grande, raggruppa tutte le opere accomunate dall’utilizzo del colore bianco. Vieira da Silva spiega come per lei molti colori siano abbinati a delle stagioni, mentre invece il bianco si può usare tutto l’anno. È considerato dall’artista un pigmento neutrale che può meglio di ogni altro rappresentare la dimensione interiore, e per questo motivo è abbondantemente impiegato alla fine della sua produzione: all’inizio della sua carriera, la tinta segna un momento altrettanto essenziale.

Nel 1931 da Silva si imbatte in un ponte trasportatore a Marsiglia: la pittrice rimane colpita dall’apparente leggerezza della struttura, nonostante le enormi dimensioni. Nasce così il quadro Bianco Marseille, che sancisce l’importanza dell’architettura per l’artista: la fluidità degli spazi crea una rappresentazione a cavallo tra astrattismo e realismo, a cui il colore bianco conferisce un’atmosfera onirica. L’ultima sala ricorda così un quadro fondamentale esposto all’inizio della mostra, dando circolarità all’intero percorso espositivo.

info: guggenheim-venice.it