L’arte è donna, la bellezza anche. In entrambi i casi si è vittima di una società che vuole il bello canonizzato in parametri ideali e che più che al contenuto, è ossessionata da una visione molto spesso illusoria, chimerica. Art Must Be Beautiful, Artist Must Be Beautiful è un esempio di come, nei primi anni della performance art, le artiste usavano i propri corpi per sfidare coraggiosamente la sacralità dell’arte e la nozione di bellezza, criticando la mercificazione dell’artista e le convenzioni di perfezione femminile nella cultura contemporanea. Perchè le donne devono essere belle. Per forza. Si cresce fin da bambine con questa coercizione sociale, che più che un obbligo storico sembra quasi ontologico. Eppure essere belle non è un dovere.
In una delle sue opere forse più rivoluzionarie, la video performance del 1975, Marina Abramović si posiziona di fronte una telecamera, rivolgendosi in maniera diretta agli spettatori. Il corpo diventa una scelta e non un imposizione, proprietà esclusiva dell’artista. L’immagine svela solo il suo viso e le sue mani, concentrando la sua corporeità in questi due elementi. Sussurra la frase che dà titolo all’opera – “l’arte deve essere bella, l’artista deve essere bell(a)” – e il gesto man mano diventa più rapido, frenetico, fino alla ferocia. Il pettinarsi diventa così un colpo che sacrifica il volto irritato dalla ripetizione che da semplice bisbiglio diventa grido di dolore e il sussurro, come convinzione, logora e distrugge, svilisce l’arte e l’artista stesso. Marina Abramović urla contro la sottomissione dell’esperienza performativa all’ideale di bello oggettivo.


L’azione è banale e continua, considerata tipicamente femminile, reinterpretata nel contesto della storia dell’arte, senza pause, per più di 50 minuti. La ripetizione costante delle parole e dell’azione conferisce all’opera un’intensità sostenuta che mette l’artista e il pubblico in uno stato di trance, in cui il superamento del dolore fisico libera il corpo e la mente dalle convenzioni della società e della cultura occidentale che vuole la donna bella a tutti i costi: un mantra che ricorda la violenza di un mondo che non perdona e che imperterrito chiede di farci piccole, stare in disparte, non fare rumore, rimarcando così la disparità di genere e di aspettative sociali, in un ambito come quello dell’arte, ancora molto lontano dalla gender equality.






E ricordiamo che fra tutti, il contesto artistico è storicamente dominato dal genere maschile. Un esempio? Solo l’1 per cento delle opere della collezione della National Gallery è realizzato da donne, e l’opera di un’artista viene valutata in media solo un decimo di quella di un uomo. La battaglia è ancora molto lunga, ma intanto grazie. A Properzia De Rossi, Artemisia Gentileschi, Marina Abramović, Yayoi Kusama, Peggy Guggenheim, Tracey Emin, Diane Arbus, Tina Modotti, Dorothea Lange, Georgia O’Keeffe, Vanessa Beecroft, Gertrude Whitney e all’infinito elenco che ne seguirebbe. E buon 8 marzo a chi lotta, ogni giorno, per ottenere i propri diritti.


