Giovanni Termini torna a Roma con una mostra personale alla Fondazione Pastificio Cerere, intitolata La promessa del vuoto, a cura di Simone Ciglia. L’esposizione, visitabile dal 31 gennaio al 15 marzo 2025, rappresenta un’occasione per l’artista di riallacciare un legame con la città che lo ha formato negli anni Novanta. Già allora era attratto dal Pastificio Cerere, spazio che ospitava artisti della cosiddetta Scuola di San Lorenzo.

Termini racconta dei due anni in cui ha pensato a questo progetto, ci racconta di aver lavorato insieme al curatore Simone Ciglia su due ipotesi parallele: quella del Pastificio com’era e quella di un luogo in trasformazione. I recenti cambiamenti della Fondazione hanno alimentato la sua riflessione che si nutre della sfida dello spazio: «più lo spazio è difficile e più mi piace», afferma l’artista.
Il percorso espositivo si apre con un’opera enigmatica: un maniglione antipanico che non si trova su una porta, ma è incastonato in un muro. «Questo elemento è simbolo della disciplina delle eccezioni. Anche nei momenti più drammatici, nella vita, bisogna essere disciplinati: la maniglia funziona solo se viene azionata nel modo corretto». Un’idea che introduce il tema del paradosso, chiave della sua poetica.

Nel confronto con il nuovo assetto del Pastificio, Termini ha sviluppato un allestimento che valorizza la monumentalità dello spazio. Nella sala principale, l’opera che dà il titolo alla mostra: una serie di frullatori disposti in fila, che girano a vuoto su una struttura metallica. Quelle che osserviamo sono macchine autoreferenziali, decidono da sole quando attivarsi, orchestrando un movimento che non produce nulla. È un palcoscenico in cui tutto accade, ma senza uno scopo apparente. Il concetto di vuoto diventa qui centrale e sfuggevole: «Il vuoto non esiste davvero, proprio come il silenzio di John Cage. Anche in uno spazio vuoto si percepisce ciò che c’era prima», spiega Termini.
La mostra prosegue con il video Tempo imperfetto, dove, anche in questo caso, il ritmo di un oggetto battente scandisce una temporalità autoreferenziale, per poi chiudersi con Ipotesi, un’opera che sigilla il percorso circolare della mostra. «Tutti i lavori sono circolari, è una sorta di circolo vizioso», riflette l’artista, evocando un senso di ciclicità e ripetizione.
«Negli oggetti c’è l’aspetto esistenziale dell’uomo», afferma, proponendo una riflessione sulla perdita di individualità in un sistema che tende a “tritare” e annichilire. Questo dialogo tra il meccanico e l’umano attraversa tutta la mostra, dove ogni oggetto, da quelli industriali a quelli di uso comune, viene caricato di una dimensione simbolica, diventando metafora dell’umanità.

L’intera mostra si sviluppa come una giostra di significati, dove ogni opera dialoga con le altre in un gioco di rimandi e contrapposizioni, creando un ciclo continuo di tensioni, equilibri e paradossi, dove l’umanità e il ruolo dell’artista vengono messi in discussione. «L’artista è spettatore e si nutre di ciò che osserva – spiega ancora l’artista – Nei miei lavori c’è sempre ironia e paradosso».
Con La promessa del vuoto, Termini si interroga sul senso dello spazio che lo ha cresciuto, del tempo e dell’illusione di controllo. Una mostra in cui le macchine, gli oggetti e l’architettura svelano un’umanità nascosta nei loro meccanismi.


