Padiglioni best of: Santa Sede, Olanda, Bolivia

Giudizio unanime sul padiglione del papato di Francesco, un esperimento riuscito in pieno. Campeggia il tema del post-colonialismo, declinato in mille sfumature, compreso quello (deludente) degli Stati Uniti

Nel discorso relativo ai migliori Padiglioni della 60. Biennale d’Arte il criterio decisionale può essere orientato principalmente dalla scelta tra due tematiche: la ricerca dell’umano, da un lato, il rinnovato sentimento di consapevolezza storica, dall’altro, riguardante, a sua volta, un tema imperante di questa edizione, quello relativo al post-colonialismo e alla resa dei conti con quest’ultimo delle grandi potenze occidentali, Stati Uniti in prima fila.

Andando in ordine però, l’umano è senza dubbio principe di uno dei Padiglioni più significativi, quello della Santa Sede nella Casa di Reclusione Femminile sull’isola della Giudecca, sul quale il giudizio è finora pressoché unanime. Oltre a presentare una realtà per la Biennale totalmente inedita, l’apertura fisica di un carcere a fini espositivi, Con i miei occhi è la prova provata di come sia ancora possibile per l’arte contemporanea incontrare il dialogo una realtà che si tocca con mano. Il titolo, a metà tra il Sonetto 141 di Shakespeare Non ti amo con i miei occhi e i versetti 42.5 del Libro di Giobbe I miei occhi ti hanno veduto, si basa sullo sguardo e sulla conoscenza possibile e particolare allo stesso tempo, veicolata dall’immagine, che nel cristianesimo diventa alla pari della parola, verità incarnata.

È senz’altro il padiglione di papa Francesco, in cui gli artisti sono stati chiamati, in un primo momento, a raccogliere a mani vuote le testimonianze delle donne detenute, solo in seguito, ad elaborare il racconto mediante il potere dell’arte. La sensazione durante la visita è quella di essere presi per mano, accompagnati dalla voce narrante di una delle donne detenute. È un progetto audace che sfida le dinamiche istituzionali del tradizionale ambito artistico contemporaneo. Nessun dubbio, insomma, nel considerarlo il migliore.

Altra considerazione è quella riguardante il secondo macro tema rintracciato in molti dei padiglioni, l’autodafé delle potenze occidentali sulla questione storica del colonialismo, che per la prima volta, emerge esplicitamente e con forza. Tre esempi in questo senso, eppure tra loro divergenti, sono Stati Uniti, Olanda, Bolivia (ex-Russia). Il padiglione statunitense dell’artista Jeffrey Gibson tenta la ricognizione della storia americana indigena e queer con riferimenti alla pop culture e alla sottocultura in generale, sperimentando quasi una prova d’identità, ma che non riesce proprio ad emanciparsi dal luccichio materialistico di perline, tessuti e ready-made patinati che sanno più di globalizzazione che di autenticità. Il ritratto dell’arte indigena che ne esce, altamente eterogeneo nei media – installazioni video, murales, pittura e arti applicate sono affiancate – è poco credibile e il titolo del padiglione the space in which to place me risuona più come un desiderio capitalistico che un tentativo di riscattare l’identità rinnegata della popolazione indigena.

Caso differente quello dell’Olanda intitolato La celebrazione internazionale del Blasfemo e Sacro. Protagonista è il collettivo di artisti congolesi Cercle d’Art Travailleurs de Plantation Congolaise (CATPC) situato a Lusanga nella Repubblica Democratica del Congo, in collaborazione con l’artista Renzo Martens. L’ambiente è popolato da una distesa di sculture realizzate in argilla proveniente dalle foreste secolari rimaste nei dintorni di Lusanga e rilavorate con cacao e olio di palma ad Amsterdam, nate dall’operazione principale che il gruppo porta avanti, cioè il recupero di ettari di piantagioni ormai esaurite e un tempo confiscate dalla multinazionale britannico-olandese Unilever.

La mostra è dall’interno una critica profonda alle dinamiche economiche coloniali del passato, e in un certo modo, ancora del presente, nonché al meccanismo di autofinanziamento degli spazi espositivi occidentali, musei e gallerie tout court, che stando alle convinzioni del collettivo nel film-performance presente in mostra, sono intrise delle stesse ideologie di dominio che hanno soppresso i diritti delle popolazioni colonizzate, perché realizzati con ricavi “sporchi”. L’obiettivo è mostrare il fallimento ideologico dell’osannato white cube attraverso una sua personificazione, che ha portato il CATPC a realizzare, nel 2017, con Renzo Martens e lo studio olandese OMA, il Lusanga White Cube, un proprio spazio espositivo letteralmente di cubi bianchi, nato per essere criticato appositamente dal profondo. Sacro e blasfemo dialogano, di fatto, concretamente e l’operazione artistica risulta, per la sua consapevole dissonanza, ben riuscita.

Per rimanere in un ambito simile, dove il tema è ancora quello del post-colonialismo diversamente sviluppato, c’è da prendere in considerazione il padiglione della Bolivia che ha quest’anno il posto della Russia (già ferma durante la scorsa edizione). La mostra looking to the futurepast, we are treading forward restituisce la visione cosmica magico-religiosa della popolazione Aymara, in cui l’uomo è concepito come l’insieme di tre forze vitali alma, animo e corpo materiale, dove i due elementi vitali si incarnano. 25 artisti indigeni, in prevalenza indios, fanno risuonare visioni ancestrali di millenaria cultura Inca in una modalità che non ha pretese espositive ricercate e punta unicamente alla conoscenza di un mondo che sembra lontano anni luce da quello occidentale. L’obiettivo sembra essere puramente comunicativo e mette l’osservatore in contatto con una realtà che raramente avrebbe potuto conoscere in un padiglione come quello, un tempo, russo.