Damien Hirst ha ingannato il mercato? Sembrerebbe proprio di sì. Secondo una recente inchiesta della testata britannica The Guardian, ben 3 delle sue sculture (e si teme che il dato possa ancora salire), esibite ovunque e datate agli anni ’90 – anni d’oro dell’artista punk – sono state in realtà realizzate nel 2017. Il caso in questione riguarda Dove, un uccello con le ali spiegate come fosse in volo, Cain and Abel, due vitelli messi uno a fianco all’altro e Myth Explored, Explained, Exploded, squalo sezionato in tre parti e attualmente esposto al MUCA di Monaco.


Le tre sculture in formaldeide sono datate tra il 1993 e il 1999, ma in realtà sarebbero state realizzate solamente nel 2017, per apparire lo stesso anno in una mostra presso la sede di Gagosian a Hong Kong. Immediata la risposta degli avvocati di Damien Hirst, che hanno ribadito come «i creatori di una opera hanno tutto il diritto di essere incoerenti nella datazione» e che «le tre sculture sono opere concettuali, con la data che si riferisce al momento esatto del concepimento e non della concreta realizzazione». In realtà, un simile dibattito è stato registrato anche sul mercato italiano, con gli Specchi di Pistoletto e le Piazze d’Italia di De Chirico, con cifre però sicuramente meno vertiginose. Ovviamente questo costituisce un problema per le complesse leggi che regolano il mercato dell’arte – a maggior ragione quando un artista è così quotato – che per costituire il cosiddetto “coefficiente d’artista”, considera vari parametri, tra cui ovviamente anche il preciso periodo di realizzazione.

L’autore dello squalo imbalsamato da 12 milioni di dollari, è una delle pochissime autorità del contemporaneo che con le sue quotazioni altissime e i suoi titoli brillanti, ha modificato il nostro concetto di arte e di carriera artistica, scioccando il mondo intero. La sua controversa personalità continua da anni a dividere pubblico e critica, tra chi lo ritiene un folle genio e chi invece proprio non lo sopporta. Un artista-celebrità, concetto per molti difficile da digerire, che al pari di Andy Warhol con «Andy», prima ancora di creare arte, crea brand.


