Psychorama: un wordless comic di quattro universi possibili

Un poker di illustratori dell’apocalisse, un viaggio muto in territori senza confini dove tutto è possibile

ArcidiaconoBacterDast e Zattera (in rigoroso ordine alfabetico) sono autori storici del fumetto italiano, che con i loro immaginari inconfondibili hanno contraddistinto il cuore pulsante dell’underground nazionale, esponendo i propri lavori in ogni dove (nel resto dell’Europa, ma anche negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Corea) e – scusate se è poco – partecipando alla Biennale di Venezia. L’unione fa la forza, così i quattro folli e visionari fumettisti hanno lavorato insieme a un interessante progetto in cui l’unica costante è il personaggio di una giovane con la testa di una topolina di pezza. Pubblicato da Eris edizioni, Psychorama (brossurato, 112 pagine in bianco e nero, 16 euro) è un wordless comic, un fumetto senza parole caratterizzato da quattro stili differenti ma accomunati dalla voglia di narrare – attraverso una serie di tavole che strizzano l’occhio all’arte contemporanea, alla Lowbrow americana e al pop surrealismo internazionale – un viaggio surreale, dove cinico, grottesco, marcio e violento si miscelano. Rendendo tutto possibile. 

Bacter

«Nel tentativo di fondere linguaggi diversi, Psychorama racchiude le componenti del fumetto underground e dell’arte classica. Vuol essere un sequenza di immagini narrative, come di fatto è il fumetto, ma che funzionano anche singolarmente come singoli “quadri”, quasi al pari di un portfolio di incisioni», spiega Stefano Zattera, motivando poi la scelta del bianco e nero. «Le premesse erano di produrre immagini forti ed estreme. Il bianco e nero ha un impatto visivo duro e diretto, senza compromessi. È più crudo, più vero, anche se meno realistico. Il colore, per quanto possa contribuire anche ad accentuare toni violenti – per esempio con il rosso del sangue – ha comunque una componente viva nel senso di vivace. Tende a edulcorare, a rendere più gradevole e accettabile l’immagine. Non è ciò che volevamo».

Dast

Un’idea, quella alla base di Psychorama, «che è nata in uno di qui pomeriggi in cui con Stefano ci troviamo a condividere il tempo e a disegnare assieme. Così la formula del libro d’illustrazione ci sembrava quella più adatta e immediata per dare libero sfogo all’istinto di demolire luoghi comuni, falsi miti, ipocrisia e tutto quello ci stava vomitando addosso una realtà politico sociale che, in alcuni momenti, diventa sempre più opprimente. Era arrivato il momento giusto per rimettersi in discussione», ammette Danilo Dast Strulato, precisando poi che «l’impegno è stato rivolto sostanzialmente alla fase di realizzazione delle illustrazioni da parte di ogni autore. La cosa bella è che pur essendo in quattro, la stesura del libro è avvenuta in piena armonia sia d’intenti sia di rapporti, un aspetto per me abbastanza raro quando si lavora con altri artisti dal carattere forte».

Quattro autori per quattro universi, dunque. Partiamo dal racconto “Il Fungo, il monaco e le bestie” di Dario Arcidiacono che, spiega l’autore, «viene concepito in piena psicopandemia Covid, durante il lockdown e tutto ciò che ne conseguì. Burka sanitario su naso e bocca, prima, seconda e terza dose di siero magico, lasciapassare verde per poter lavorare e caccia alle streghe, o meglio, caccia ai dissidenti, a coloro che di obblighi non ne volevano proprio sentir parlare. In questo orrido clima ho iniziato a disegnare il racconto del monaco braccato dagli sbirri del Nuovo Ordine del Vecchio Potere. La storia si inserisce nel contesto apocalittico o post-apocalittico degli altri tre racconti del libro con argomentazioni diverse ma in piena armonia con i temi distopici trattati dai miei colleghi, con la differenza del lieto fine». 

Arcidiacono

Quindi tocca a Zattera presentare il suo “Giù nelle terre antropomorte”. «Il mio universo, in generale, si rifà agli albori dell’era atomica. In Psychorama però ho voluto andare oltre e avventurarmi in territori ignoti e inesplorati, proprio perché, come ha premesso Danilo, intendeva essere un progetto totalmente libero e fuori dagli schemi. Ho deciso di abbandonare i miei punti di riferimento consueti e indagare un mondo che non avevo mai affrontato, che in qualche maniera, si può riconoscere come post-atomico. Partendo da un universo in cui, crollato il sogno del benessere consumista con la bomba “fine di mondo”, l’umanità fosse ripartita con una sorta di società tribale, in cui però emergessero tracce della nostra civiltà».

Interviene David Bacter (“Boh! Lo sfregio di Bacter”): «Il mio più che un racconto è in tutti i sensi una panoramica d’apertura su di un mondo devastato e abitato da esseri mostruosi ed ignobili. Ad ispirarmi è stato il fregio di Giulio Aristide Sartorio, che cinge la parte superiore del parlamento. In quel dipinto troviamo l’esaltazione della patria e di tutte le sue virtù. Nella mia rivisitazione ho mantenuto lo stesso impianto circolare dipingendo un’unica vignetta, partendo da un ragazzino sopravvissuto a chissà quale catastrofe (un mio personale omaggio a Kamandi di Jack Kirby), il quale deve sfuggire ad orribili preti zombie (ma prima che questo avvenga seguiamo lo sguardo del nostro protagonista in cerca di una via di fuga, che sembra non esserci, visto che a circondarlo non esiste più virtù e bellezza ma solo violenza e massacro)».

Zattera

Da Bacter a Dast (“Neve sporca all’inferno”), che puntualizza: «L’universo che narro è fatto di scheletri, di paesaggi che prendono fuoco, di un’umanità bestiale che si sente il centro di un mondo che sta collassando su se stesso. Negli ultimi tempi, però, mi son dato una speranza, con un mio avvicinamento ad un certo tipo di paganesimo, si sono materializzati anche paesaggi immaginifici, foreste magiche popolate da animali surreali e da scheletri felici, in cui ci si può rifugiare e respirare per qualche minuto dell’aria pulita. Il mio racconto si ispira direttamente alla favola di Biancaneve, dove nell’originale la matrigna viene torturata e uccisa. La mia è una versione volutamente non didascalica, ma un pretesto per inserire elementi disturbanti all’interno di un contesto dipinto come rassicurante da quando i più conoscono solo la versione proposta da Disney».

Un wordless comic, Psychorama, che potrebbe diventare una mostra? «Bacter replica così: «Trovo sempre un gran piacere nel vedere le esposizioni di tavole originali di autori di fumetti, scoprire quel che spesso si va a perdere nel processo di stampa ma anche tutte le correzioni, i pastrocchi con il bianchetto per correggere gli errori, il formato delle tavole di solito molto più grande che ti fa apprezzare appieno il valore grafico del lavoro. Perciò spero che anche nel nostro caso si possa realizzare una mostra con gli originali, anche per la particolarità del lavoro svolto da ciascuno».

Info: www.erisedizioni.org