La critica d’arte? È viva e lotta insieme a noi. A patto che si studi

Come si diventa critici e storici dell’arte in Italia? Quali sono i percorsi formativi?Funziona restare in Italia? Rispondono due critiche


Field trip, CAMPO, course of curatorial studies and practices, courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin

Problema numero uno: da tempo il ruolo del critico è messo in ombra dalla figura del curatore. Il curatore scorrazza soavemente tra territori e anfratti del sistema dell’arte, è di moda, è cool, a volte anche fighetto. Ma, senza farla troppo facile, diciamo che ha molta più riconoscibilità, persino intellettuale, e molto più spazio d’azione del critico. E non è finita. Problema numero due: se il critico, ovvero colui che per definizione “accompagna l’artista e si alimenta del suo lavoro” (Laura Cherubini) si ritrova spiazzato per via della debolezza strutturale dell’artista, che non è riconosciuto dal sistema (parliamo dell’Italia), non è promosso dai musei, né sostenuto dalle gallerie e quindi dal collezionismo (parliamo degli artisti italiani), che cosa ne viene fuori? Che spazio di conoscenza, di crescita, di vero scambio dialettico ha il critico, in particolare chi ambisce a fare una critica militante? Negli ultimi anni si sta faticosamente tentando di riaccendere un dibattito intorno alla critica d’arte, prova ne sono gli svariati libri usciti recentemente sul tema, articoli e conseguenti dibattiti. Uno degli ultimi incontri del festival dell’Arte Contemporanea promosso da La Quadriennale di Roma diretta da Gian Maria Tosatti, che recentemente ha pubblicato su IlSole24ore un articolo in cui denuncia la latitanza della critica, verteva proprio sul suo ruolo, il destino e le sue possibilità. Ma, oltre a riflettere sul tema della vicinanza tra artista e critico sollevato da Cherubini e, per esempio, rifiutato da Luca Bertolo in nome della necessità di una “dolorosa distanza indispensabile per maturare un giudizio libero”, proprio sulla critica italiana, che pure nel secolo scorso ha espresso figure esemplari – pensiamo ai pionieri Longhi, Carluccio, Tassi, Marchiori, Venturi e Argan per arrivare ai più recenti Carandente, Lonzi, Boatto, Menna, Calvesi, Crispolti, Fagiolo dell’Arco e Barilli, solo per citarne alcuni – pesa un altro gravoso problema. Di che cosa parliamo? Prima di pronunciarsi sull’assenza della critica appiattita sui comunicati stampa, sulle eventuali genuine funzioni del critico e sul suo ruolo minoritario rispetto al curatore, occorre chiedersi come si diventa critici d’arte in Italia, quali sono i percorsi, le occasioni formative.


Giorgia Gastaldon, photo Giada Centazzo

«Si parte necessariamente dall’università. In Italia non mancano i dipartimenti con corsi in Conservazione dei Beni culturali, Studi museali, Lettere a indirizzo storico artistico, Scienze dello spettacolo e così via», esordisce Giorgia Gastaldon, 38 anni, nata in provincia di Treviso, con alle spalle alcuni post Doc su ricerche storiche – non a caso si definisce una storica dell’arte, più che una critica – e attualmente ricercatrice all’Università dell’Insubria. «Ma negli ultimi anni chi lavora nel settore dell’arte contemporanea può avere alle spalle anche studi più multidisciplinari, con lauree in Filosofia, per esempio. A chi si occupa di arte contemporanea, soprattutto nell’ambito della ricerca e/o della curatela, è infatti richiesta sempre più una vasta conoscenza dell’estetica, delle filosofie e delle storie del mondo. Dopo una laurea triennale e magistrale, per quel che mi riguarda è stata fondamentale la frequenza di un dottorato di ricerca in Storia dell’arte. È qui che ho imparato a sviluppare un progetto di ricerca, con un metodo e approcci multidisciplinari».


Alessandra Troncone, photo Antonio Picascia

La pensa così anche Alessandra Troncone, 39 anni napoletana, anche lei più che una promessa della critica e curatela d’arte contemporanea, con già un ottimo curriculum cominciato lavorando come assistente curatrice prima al MLAC di Roma e poi con Cristiana Perrella: «Oggi le accademie si stanno affermando sempre più come luoghi di formazione anche per la critica e la curatela, data la possibilità per gli aspiranti critici di confrontarsi con i loro coetanei che intraprendono la carriera artistica. Da questi incontri nascono spesso progetti indipendenti che fungono anche da “banco di prova” per entrambe le parti. E non mancano altre possibilità: ci sono i master postlaurea universitari e accademici (tra questi IED, Rufa, LUISS) o corsi complementari (il Minor di Ca’ Foscari) che offrono percorsi ancora più specializzati, insieme ai corsi organizzati da istituzioni culturali e fondazioni private. Negli ultimi anni è nato ad esempio il Master in Critica d’arte e Curatela artistica ideato da Treccani, mentre è una realtà consolidata il programma Campo di Fondazione Sandretto che offre ogni anno a un gruppo selezionato di giovani aspiranti curatori l’opportunità di conoscere il sistema dell’arte italiano». Sono passati pochi anni, insomma, ma la denuncia emersa nel primo Forum dell’Arte Contemporanea di Prato, dove si imputava a Università e Accademie di Belle Arti di offrire una formazione inadeguata, sia per i critici che per gli artisti, sembra essere superata. Sarebbe stato insostenibile se in un mondo, quale è quello dell’arte, sempre più globale e dove, a differenza di quello che spesso si pensa, per affermarsi è richiesta una preparazione altamente qualificata, oltre a una insostituibile dose di pensiero originale, Università e Accademie fossero rimaste al palo. Ma l’Italia è competitiva rispetto alle grandi e note scuole di formazione straniere. «Non penso sia utile pensare a centri eccellenti in assoluto – afferma Gastaldon – credo sia più interessante cercare il luogo dove c’è un alto livello di specializzazione in ciò che interessa. La scelta della scuola è il frutto di lunghe ricerche e del confronto con persone che hanno già fatto le esperienze analoghe». «Certo – racconta Troncone – le scuole straniere hanno più storia alle spalle. Uno di questi è il De Appel di Amsterdam, che ho frequentato nel 2015-16 e che mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con colleghi che già lavoravano a livello internazionale, costruendo un mio network professionale: molti artisti con cui ho lavorato negli ultimi anni sono contatti che ho creato durante il mio soggiorno olandese. C’è poi Le Magasin a Grenoble e ci sono gli altrettanto famosi Royal College e Goldsmiths University a Londra, cui si aggiunge in Svezia il CuratorLab della Konstfack University of Arts a Stoccolma. Volando oltreoceano: Bard College a New York, l’Independent Study Program del Whitney Museum of American Art, il MA Curatorial Practice del California College of the Arts a San Francisco. L’iter per accedervi è abbastanza competitivo (il De Appel accetta ad esempio solo sei partecipanti all’anno da tutto il mondo) e avviene attraverso un’open call. Oltre al curriculum e a una lettera motivazionale, in alcuni casi  – conclude Troncone – viene chiesto di elaborare un saggio o un progetto di mostra su cui la commissione effettua la valutazione dei candidati».

Rien ne va plus? Faites vos jeux!, curated by Laura Amann, Kateryna Filyuk, Alessandra Troncone – Final project Curatorial Program 2015/16, De Appel arts centre, Amsterdam 2016. Work by Young Hae Chang Heavy Industries, Nothing personal, bur please step this way — yeah, you, 2016. Photo Cassander Eeftinck Schattenkerk

All’estero, però, dove le scuole costano più che da noi, la formazione critica e curatoriale è sostenuta con borse di studio, grant e prestiti d’onore (soldi che poi l’ex studente restituirà una volta che lavora). Da questo punto di vista in Italia si arranca. «A differenza di altri contesti accademici come quello tedesco o inglese, da noi – racconta ancora Gastaldon – è davvero difficile trovare finanziamenti autonomi alla ricerca. Ho avuto la fortuna di vincere un dottorato con borsa all’Università di Udine e questo mi ha permesso di concentrarmi in maniera pressoché totale sulla ricerca in quegli anni». «Alcuni master – aggiunge Troncone – offrono un numero molto ridotto di borse di studio basate sul merito o sul reddito, ma nella maggior parte dei casi le spese vanno coperte con fondi personali. Per la formazione all’estero ci sono più possibilità, come ad esempio il bando Torno subito della Regione Lazio o anche l’Italian Council che adesso offre un contributo per corsi di formazione e residenze di curatori all’estero».

Rien ne va plus? Faites vos jeux!, curated by Laura Amann, Kateryna Filyuk, Alessandra Troncone – Final project Curatorial Program 2015/16, De Appel arts centre, Amsterdam 2016. Work by Arseny Zhilyaev, Anton Vidokle de Kosmos Recreation Centre, 2016. Photo Antonio Picascia

Non si tratta, quindi, di percorsi facili, dato l’investimento programmatico ed economico richiesto. Ma c’è dell’altro. Fino a poco tempo fa la formazione si faceva sul campo, non esistevano scuole, se non all’estero, dove era un privilegio (o una scelta molto lungimirante) accedervi e noi italiani, in particolare, eravamo abituati al multitasking: in sintesi fare di tutto e solo a un certo punto, forse, specializzarsi veramente in un campo. Che cosa è cambiato oggi? Paga continuare a studiare dopo l’Università? «Una solida formazione storico-artistica è fondamentale, gli studi all’università, incluso il percorso dottorale, mi abbiano fornito una base indispensabile. Ma a questa bisogna associare esperienze di formazione più pratiche, sia nella scrittura che nella curatela», è la risposta di Troncone. «Il dottorato di ricerca per me è stato l’imprescindibile porta di accesso al mondo della ricerca, ma col passare del tempo mi sono resa conto che ero priva di molte frecce che desideravo per il mio arco. Ma sono convinta che ciò che si è come professionisti sia un mix di ciò che riceviamo durante la nostra formazione, delle esperienze che facciamo e di molto studio personale, che ognuno deve perseguire secondo i propri interessi, obiettivi e necessità», aggiunge Gastaldon.

Da questo punto vista verificare sul campo la formazione accademica, non escludendo quindi quelle che erano le attitudini della generazione precedente (per esempio di chi scrive) risulta essere ancora una scelta pagante: «Iniziare a scrivere per riviste d’arte e pagine della cultura delle testate locali nel proprio territorio, oltre a essere un ottimo esercizio, permette di conoscere la realtà nella quale ci si muove, quali sono le gallerie di riferimento, chi sono gli artisti. Da qui ci si può poi “espandere” a livello nazionale e internazionale, frequentando le fiere, visitando biennali e altre manifestazioni globali. Non bisogna mai smettere di aggiornarsi e studiare, indipendentemente dal fatto che ci si iscriva a un master oppure no», è il consiglio Troncone per giovani aspiranti critici. Studiare, quindi, e tanto. Progettare il proprio curriculum, e scegliere consapevolmente. Ma con le antenne dritte, pronte a captare quello che si muove. E chi meglio di noi italiani può brillare in questa pratica?