“Con la cultura non si mangia” è stato per anni – e lo è tuttora – lo slogan perfetto per non guardare il passo che un intero settore non è mai stato in grado di compiere. Come quando si dà la colpa a un altro. Darla al sistema, in maniera a volte anche acritica, pretestuosa, è stato lo scudo per non guardare davvero le cose come stanno.
Eppure, i numeri che emergono dal rapporto «Io sono cultura», giunto alla tredicesima edizione, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, raccontano un’altra storia. Nel 2022 la cultura in Italia ha generato un valore aggiunto di 95,5 miliardi di euro, con una crescita del 6,8 per cento rispetto al 2021. Nel post-pandemia, il settore è riuscito a recuperare gli oltre 43mila posti di lavoro persi nell’anno precedente, portando a più di 1 milione e 490mila i lavoratori dell’intera filiera.

«La forza della nostra economia e del made in Italy – dice Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola – deve molto, in tutti i campi, alla cultura e alla bellezza. Più che in altri Paesi». Per ogni euro di valore aggiunto prodotto dalle attività culturali e creative se ne attivano altri 1,8 in settori economici diversi, come quello turistico, dei trasporti e del made in Italy, per un valore pari a 176,4 miliardi di euro. Le prime province per ricavi e occupazione nel settore culturale sono Milano, Roma e Torino, «Ma sommando i risultati di Bergamo e Brescia, le capitali della cultura 2023 si posizionano al quarto posto: i distretti manifatturieri devono tanto alla qualità e a questa infrastruttura immateriale».
Complessivamente, dunque, cultura e creatività, direttamente e indirettamente, generano valore aggiunto per circa 271,9 miliardi di euro (15,9% economia nazionale). «A volte si guarda all’Italia con occhio distante, trovando le ragioni del suo successo in altri fattori, ma il senso di questo rapporto è mostrare che la domanda dell’Italia dipende dalla cultura, dalla bellezza e dalla qualità».
«Il sistema produttivo culturale e creativo si configura sempre più come un conglomerato di attività capace di attivare in misura consistente il resto dell’economia – ha evidenziato Andrea Prete, presidente di Unioncamere – questo sistema costituisce un elemento cardine di attrattività per i visitatori in arrivo nel nostro Paese: la spesa complessiva sostenuta da turisti con consumi culturali, ovvero che hanno speso in spettacoli teatrali, concerti, folklore, visite guidate, musei, mostre, ecc, ha sfiorato i 35 miliardi di euro nel 2022, pari al 44,9 per cento della spesa turistica complessiva».


Dalle attività “core” (tutte quelle attività economiche che producono beni e servizi culturali) derivano 52,7 miliardi e un numero di occupati pari a circa 852mila (rispettivamente +7,2% e +3,3% rispetto al 2021), mentre le attività “creative driven” (quelle che utilizzano la cultura come input per accrescere il valore simbolico dei prodotti), generano la ricchezza più elevata degli ultimi tre anni (42,8 miliardi di euro, +6,4% nell’ultimo anno) e danno lavoro a 639 mila occupati (+2,5% rispetto al 2021).
All’interno della filiera operano 275.318 imprese (+1,8% nel 2022 rispetto all’anno precedente); il confronto con il 2019 dimostra il completo recupero, evidenziando una performance anche migliore dell’economia nel suo complesso che risulta ancora al di sotto dei numeri pre-pandemia (-1,2%).
Le regioni maggiormente specializzate nella cultura e nella creatività sono proprio la Lombardia e il Lazio. In particolare, la Lombardia genera il più alto valore aggiunto nell’ambito del sistema, con 26,4 miliardi di euro, pari al 27,6% della intera filiera e al 6,8% della ricchezza prodotta nella regione. Il Lazio, con Roma come suo principale centro turistico e culturale, contribuisce per il 15,0% alla filiera nazionale e il 7,6% all’intera economia regionale, con un valore aggiunto di circa 14,4 miliardi di euro


