Dalla fine degli anni ’70, la Cina ha intrapreso la strada della “Riforma e Apertura”, dando il via a una serie di importanti evoluzioni nel settore: dall’Art Exhibition fino all’85 New Wave. I protagonisti di queste nuove tendenze artistiche sono principalmente giovani, che con il loro fervore e la loro produttività hanno tagliato ufficialmente i ponti con la tradizione conservatrice comunista.

Oggi, lo sviluppo dell’arte cinese si è stabilizzato, orientato definitivamente a un’economia di mercato che guarda sempre di più all’occidente. Grazie anche alla dichiarazione di Open Door Policy, la Cina ha iniziato ad interagire con gli altri paesi, entrando a pieno titolo, anche nella macchia internazionale dei poteri artistici. È questo il filo conduttore che muove la mostra CHINA NOW, presso lo Spazio CARME di Brescia. Il progetto porta le firme delle associazioni culturali BELLEARTI e CARME ed è promosso dal patrocinio del comune. La rassegna si compone di oltre trenta opere provenienti da una delle più importanti collezioni di arte cinese contemporanea al mondo, quella dello svizzero Uli Sigg. I lavori degli artisti presenti in mostra conducono il pubblico alla scoperta verso un preciso punto di incontro tra due metà del mondo, “uno Yin e Yang delle arti” secondo le parole di Massimo Minini, cofondatore di BELLEARTI.

La collettiva vuole riflettere sulla cultura che non ha confini e sull’arte come straordinario strumento di conoscenza di mondi lontani, tra tradizione e innovazione. A catturare subito l’attenzione sono le due grandi tele di Liu Wei che introducono il tema della mostra intera: la correlazione simbiotica tra Oriente e Occidente, in cui le stesure uniformi di pittura tagliano l’inquadratura, aprendo a una percezione iperrealista, dove è difficile capire se siano il tramonto o la violenza a sopraffarci dentro le emozioni del colore. Con la stessa capacità di attrazione anche i lavori intimisti di Shao Fan (Rabbit Portrait Jiawu 1) e (Black Portrait No. 2) richiamano subito l’attenzione. Ottenuti utilizzando una minuziosa tecnica a inchiostro su carta di riso che – seguendo il solco di una tradizione implacabile dal punto di vista realizzativo – apre al contempo a esiti figurativi dal segno così rarefatto da farsi astrazione di potenza sacrale. Fraintendimenti materici e discrepanza tra ciò che vediamo e ciò che pensiamo di vedere sono invece le caratteristiche delle opere di MadeIn Company, in cui emergono rimandi ad altre esperienze artistiche occidentali o pratiche cinesi millenarie, creando nel fruitore uno sviamento del significato così forte da portarlo in realtà al cuore del contemporaneo, anche se apparentemente sembrava di ricordare un passato lontano.

La parte centrale dello spazio viene inghiottita da una scultura-ambiente di He Xiangyu. Essa rappresenta il risultato di un’azione, durata un anno, in cui l’artista ha fatto bollire centoventisette tonnellate di Coca-Cola per poi esporre i residui come metafora visiva dell’influenza dell’Occidente sulla Cina. Attraverso una pittura più contemporanea, invece, Ma Ke porta sentimenti di critica verso l’establishment politico cinese, la stessa critica e provocazione che ritroviamo anche nelle opere di Jin Shan, con le sue finestre di chiesa liquefatte o le copie di alcuni dipinti cinesi di Gabriele Di Matteo in cui si rovescia la prospettiva con «China Made in Italy. Provocazione politica è rappresentata anche dallo stordimento calligrafico ottenuto ingrandendo una banconota da 100 col ritratto di Mao e il palazzo del Popolo su piazza Tienanmen da Gu Changwei.

Infine, forse la più suggestiva dal punto di vista allestitivo è l’ultima sala della mostra, in cui è presente The Second Seal un’opera video di Kin-Wah Tsang. Parte di una serie di sette installazione digitali, lo spettatore viene calato in un “profondo rosso” in cui frasi animate sulla morte, sulla vita, sulla condizione umana, e brevi rimandi biblici appaiono ripetutamente, in sottofondo un rumore si erge sempre più forte fino all’epifania in cui nessuna parola è più riconoscibile ed il rumore è assordante. Il nostro io interiore è spiazzato e viene catapultato in un’altra dimensione, fino a quando il rumore cala e le frasi riappaiono comprensibili. Dopo una rivelazione tale siamo più consapevoli della nostra vita e delle sue complessità. Le opere in mostra, usando spesso gli strumenti dell’ironia, tentano di costruire un ponte tra la cultura cinese e quella occidentale, utilizzando tecniche e strategie per costruire qualcosa di nuovo. «Gli artisti della nuova generazione non sono più imbarazzati dall’arte occidentale, anzi, favoriscono uno scambio tra le due culture per creare modi individuali di espressione basati su valori personali», come spiega Bernard Fibicher.
Ecco allora che se l’arte è da sempre considerata come uno strumento di conoscenza sociale, oltre i linguaggi e i confini, anche un paese vasto e complesso come la Cina può essere compreso e l’arte stessa può venire in soccorso, gettando uno sguardo di possibile interpretazione.
CHINA NOW
fino al 3 settembre
Spazio CARME – via delle Battaglie, 61/1, Brescia


