Il corpo mutevole di Sin Wai Kin nel palcoscenico romano

Fondazione Memmo porta in Italia la prima personale di Sin Wai Kin, con un corpus di opere capace di unire storie passate e potenziali futuri

Fondazione Memmo ospita fino al 29 ottobre, Dreaming the End (Sognando la fine), la prima personale italiana di Sin Wai Kin, alias di Victoria Sin, artisti non binari multimediali nati a Toronto, la cui ricerca riflette sull’oggettivazione del corpo e la cultura che lo regola attraverso la pratica dello storytelling, mettendo in discussione i processi normativi che governano le categorie identitarie e una coscienza del sé fondata sul binarismo.

L’esposizione è curata da Alessio Antoniolli, il quale con questa mostra, la prima da lui curata in Italia, inaugura un nuovo corso per la Fondazione. Il titolo dell’installazione deriva dall’opera cardine della mostra: un video, Dreaming the End, produzione inedita ideata in occasione della mostra alla Fondazione Memmo della durata di circa 20 minuti, realizzato interamente a Roma, tra gli spazi interni di Palazzo Ruspoli, i giardini di Villa Medici e gli spazi del Palazzo della Civiltà Italiana. Luoghi iconici che amplificano il senso di meraviglia del lavoro di Sin Wai Kin, creando un collegamento inedito tra la storia millenaria di Roma e l’enfasi dell’artista sul potere della narrazione. Il corpo di Sin Wai Kin, così come quello della città, sono in continua evoluzione, capaci di unire storie passate e potenziali futuri, attraversando stati e fasi differenti. 

Caratterizzati da una narrazione improntata dal surrealismo, nei progetti artistici di Sin si assiste a uno sdoppiamento o a una moltiplicazione dei personaggi in scena, quasi sempre interpretati dall’artista stesso. Come accade in Dreaming the End dove i personaggi si incontrano e si muovono attraverso lo spazio narrativo, scambiandosi e alternandosi l’uno con l’altro. Questo processo ciclico fa sì che le figure si riscoprano continuamente, prendendo coscienza di sé in ambienti ed esperienze che li vedono coinvolti, in un flusso costante. Punto di riferimento per la cultura queer londinese, costantemente in bilico tra realtà e dimensione onirica, la poetica di Sin Wai Kin è il manifesto di una complessità che rifiuta categorie e mezzi espressivi: video, performance, installazioni sono i linguaggi utilizzati per dar vita a opere che mescolano riferimenti pop ed esperienze personali, lasciando emergere un sentimento indefinibile, sospeso tra tenerezza e malinconia, ironia e dramma.

I riferimenti estetici dell’artista, spaziano da Jessica Rabbit a Marilyn Monroe, entrambe emblema della cultura queer, i cui richiami sono evidenti nei protagonisti di Dreaming the End e in altri lavori passati. Quattro busti con altrettante parrucche in dialogo tra loro, popolano gli spazi della Fondazione Memmo, mostrando ai visitatori gli stratagemmi utilizzati da Sin Wai Kin per interpretare i diversi personaggi che si trovano nel film, così come le salviette struccanti con le tracce del make- up dei diversi soggetti: si tratta a tutti gli effetti di “sindoni” che diventano dipinti contenenti paesaggi e cosmologie di un’identità che cambia e che lascia segni di un processo senza fine.
Nel video ci sono due registri che si alternano e fondono, giocando con tempi, spazi, luoghi e riferimenti, grazie anche all’uso dei colori sgargianti e pop, rendono la visione familiare e estranea allo stesso tempo, ueer. Ossessioni e contraddizioni sono al centro del film, un viaggio a metà tra sogno e visioni opprimenti compiuto da una serie di figure enigmatiche che si incrociano nei diversi scenari immaginati da Sin Wai Kin. Osservando quest’opera, lo spettatore perde i suoi punti di rifermento che sono messi continuamente in discussione e ribaltati. Attraverso questa storia il film pone una domanda: dove finisce l’autenticità e comincia la performance? Chi decide cosa sia fantasia o realtà? 

Il progetto di Sin Wai Kin vedrà la realizzazione di una pubblicazione sotto forma di fotoromanzo – seguendo un’estetica particolarmente vicina alla sensibilità di Sin Wai Kin – e di una serie di attività di approfondimento come incontri e laboratori didattici rivolti ai bambini: il primo appuntamento in programma è domenica 14 maggio, con un workshop creativo dedicato alla fascia d’età tra i 5 e gli 11 anni. 

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