Sylvie Fleury. Una femminista punk sotto mentite spoglie, in mostra alla Pinacoteca Agnelli

La Pinacoteca Agnelli di Torino inaugura la nuova programmazione con lo sguardo ironico e pungente dell’artista svizzera

In una sensuale e radicale riappropriazione concettuale ed estetica, l’opera di Sylvie Fleury tradisce ogni aspettativa e supera gli immaginari stereotipati di genere 

Sylvie Fleury, Turn Me On, exhibition view. Yes to all.
Credit Installation view Pinacoteca Agnelli, Torino

Turn Me On è il titolo della mostra dedicata all’artista svizzera Sylvie Fleury (1961, Ginevra), a cura di Sarah Cosulich e Lucrezia Calabrò Visconti, inaugurata durante la settimana dell’arte di Torino e progettata appositamente per gli spazi di Pinacoteca Agnelli. L’ex fabbrica di automobili FIAT rappresenta per la città di Torino un luogo iconico, un punto di contatto tra il passato e il futuro in cui la storia dell’arte del XX secolo incontra il linguaggio di artisti contemporanei in una continua risemantizzazione storica dell’arte. 
La mostra percorre i nuclei tematici dell’artista che a partire dagli anni ’80 si declina in linguaggi multimediali che comprendono video, scultura, neon, pittura, suono e performance. Esagerazione, distorsione e trasformazione di materiali e linguaggi della Pop Art e del Minimalismo diventano con Fleury, la “femminista punk sotto mentite spoglie”, come lei stessa si definisce, un’opportunità per criticare e mettere in discussione i paradigmi della storia dell’arte occidentale propriamente radicati nel sistema patriarcale-capitalista. Attraverso una riappropriazione visiva e concettuale radicale l’artista riflette sulla possibilità di sovvertire gli stereotipi di genere appropriandosi dello stesso linguaggio che la cultura di massa continua a promuovere. 

Sylvie Fleury, Turn Me On exhibition view, Walking on Carl.
Credit Installation view Pinacoteca Agnelli, Torino.

Il percorso di mostra accoglie lo spettatore all’interno di un esuberante universo femminile ancorato alle narrazioni consumistiche di una società dettata da immaginari stereotipati di genere che l’artista rimodella giocosamente in una tagliente critica transgenerazionale. Pronto a tradire ogni aspettativa, l’eclettico e multimediale vocabolario visivo dell’artista si riappropria sfacciatamente di simboli e immagini provenienti dai campi della moda, del cinema, delle sottoculture pop, dell’automobilismo, della fantascienza e dell’arte contemporanea in una messa in discussione dei paradigmi storici e politici su cui sono costruite. La giocosa e impertinente critica che permea il lavoro di Fleury decentra non solo il soggetto femminile, ma anche i suoi strumenti del desiderio svelandone le ambiguità. Nello stesso titolo della mostra si riassume il centro di questa contraddizione: se da un lato “turn me on” si riferisce all’accensione di una macchina e alla sua feticizzazione nell’immaginario dell’universo maschile, dall’altro si fa riferimento all’oggettificazione del corpo della donna e al sessismo insito nel consumo di massa. 
In particolare, la scarsa presenza femminile nel mondo dell’arte diventa nell’opera di Fleury una prerogativa fondamentale per la sua ricerca. Se l’artista minimalista Carl Andre diventa famoso nel 1967 per le opere a pavimento Squares, trent’anni dopo Sylvie Fleury ci cammina sopra con tacchi a spillo rossi fiammanti in una satira della feticizzazione del glamour femminile. Nel lavoro dell’artista svizzera l’immediatezza del suo linguaggio non lascia scampo alla spiazzante consapevolezza di quanto le nostre identità siano costruite e curate al dettaglio da un sistema che ci vuole accessori, speciali nella nostra individualità e inesorabilmente vincolate da una fame di riconoscimento apparente. Eppure, la sua operazione critica attraversa una grottesca e sperimentale spettacolarità che prolifica la possibilità di sorprenderci e divertirci nell’autoironia, forse l’unica via per trovare la libertà e lo stimolo per reinventarci nella creatività. 

Sylvie Fleury, Turn Me On exhibition view, Please, no more of that kind of stuff.
Credit Installation view Pinacoteca Agnelli, Torino.

IL PERCORSO ESPOSITIVO 

Nella prima stanza Please, no more of that kind of stuff sono esposte una serie di teche che contengono oggetti di ogni tipo: un phon a forma di pistola, tacchi a spillo borchiati, delle manette dorate firmate GUCCI, una pila di riviste di moda, una sella da cavallo argentata, una boa di struzzo appeso verticalmente. Le “sculture” vengono posizionate una a fianco all’altra in una modalità standardizzata di display tipica dei musei ma anche dei negozi di lusso. In questo modo, Fleury propone un’indagine comparativa sulle dinamiche del mercato che in un modo o nell’altro, dall’arte ai centri commerciali si rivelano nel loro appartener a un’autentica cultura del consumo
La seconda sala accoglie il pubblico in un camerino, suggerendo un ambiente dedicato a spogliarsi e rivestirsi. Si introduce in questo stesso spazio un motivo ricorrente nella pratica di Fleury che consiste nell’appropriarsi e distorcere importanti opere d’arte contemporanea degli anni ’60 e ’70, quello stesso periodo in cui nasce il mito dell’artista maschio (bianco) super star su cui l’artista gioca con Walking on Carl
Per raggiungere la sala seguente, il pubblico è invitato ad attraversare l’istallazione immersiva Be Good, Be Bad, Just Be! – in opposizione con il camerino freddo dentro il quale è possibile cambiare quella maschera sociale che allude a una costruzione identitaria superficiale e di apparenza – invita lo spettatore a entrare in uno spazio spirituale dove è possibile compiere una trasformazione del sé più intima e più profonda. Allo stesso tempo, nella concezione dell’experience economy la trasformazione della nostra soggettività risente del concetto commerciale di customizzazione come adeguamento di un prodotto alle esigenze della o del singolo cliente. 

Sylvie Fleury, Turn Me On, exhibition view, Be Good, be bad, just be.
Credit Installation view Pinacoteca Agnelli, Torino

Dall’altra parte della grotta, la quarta sala ricoperta di pelliccia bianca che prende il nome Fur Fetish: Silver Screen Survey (1997) al cui centro si staglia Labrisrynthe, un enorme dente di squalo argentato che allude al rapporto tra animalità e femminilità e la mercificazione di entrambe da parte della cultura pop occidentale. Nella stessa sala sono appesi una collezione di fazzoletti su cui l’artista ha dattiloscritto scene di film hollywoodiani in cui attrici indossano pellicce, riferimento esplicito al potere del cinema e della moda di creazione di creazione e disseminazione di modelli e stereotipi. 
Con The Eternal Wow l’artista si confronta ancora una volta con il tema della trasformazione dei grandi movimenti artistici del passato. In questo caso, le pareti ospitano un pattern a strisce verticali parallele, dagli anni ’70 il lavoro identificativo dell’artista concettuale Daniel Buren. In questo caso però le lineari e rigide linee di Buren acquistano di tanto in tanto forme morbide che ne interrompono la verticalità e alludono a una disponibilità ad andare oltre la rigidità di uno schema prestabilito. Al centro della stanza, un’enorme gabbia dorata, Gold Cage LK, che è stata forzata al centro e che si riconnette con la curvità delle pareti: un invito a “liberare Buren” e allo stesso tempo liberarsi dalla mitologia dell’artista genio (maschio, bianco), così come delle forme strutturali di potere che continuano a riprodurla. 

Sylvie Fleury, Turn Me On, exhibition view, The Eternal Wow.
Credit Installation view Pinacoteca Agnelli, Torino

La sesta sala First Spaceship on Venus portano lo spettatore in un universo fantascientifico in cui grandi razzi ricoperti di pelliccia si stagliano su un muro di fiamme stilizzate. Una distesa di raggi soffici che giacciono sconfitti e indifesi sotto una luce al neon che recita la frase “High hells on the moon” dove il gesto giocoso di camminare con i tacchi alti sulla superficie della luna rappresenta una rivendicazione liberatoria dello spazio da parte di tutti quei soggetti che sono stati esclusi dalla narrazione patriarcale della sua conquista.
She-Devils on Wheels è l’ultima sala della mostra dedicata a un fan club automobilistico aperto solo a persone che si identificano come donne fondato da Fleury negli anni ‘90, ispirato dall’omonimo film cult del 1968 e alla gag di motocicliste che ne sono protagoniste, le Men-Eaters. Oggetti, simboli e immaginari provenienti dall’ambito delle sottoculture machiste legate all’automobilismo vengono assorbiti nel vocabolario post-femminista di Fleury e utilizzati nella sala per costruire narrazioni inaspettate. L’installazione, che materializza all’interno della mostra il disordinato quartier generale del club, è anche il set di proiezione di alcuni video dell’artista. D’altronde, come dice la stessa Fleury: «Ciò che mi interessa di più di solito non è immediatamente visibile – è qualcosa che va al di là delle apparenze. A volte tutto ciò che serve è grattare la superficie, altre volte bisogna farla saltare in aria…». 

Sylvie Fleury, Turn Me On, exhibition view, She devils on wheels – Between my legs.
Credit Installation view Pinacoteca Agnelli, Torino

Estremamente attuale e rilevante per svelare le dinamiche su cui si costruisce la nostra identità, maschile, femminile o +, la mostra esprime la dinamicità dell’esperienza del singolo nello sballo totale che il suo linguaggio autoironico riesce a emanare, mantenendo allo stesso tempo una critica forte dell’esperienza dell’estesa comunità protocapitalista. Un invito forse a spogliarsi da determinati orpelli e ritrovare una ricerca identitaria libera, che sia in grado di giocare con le variopinte possibilità dello stare al mondo e della meravigliosa interrelazione personale che ne consegue. 

Sylvie Fleury, Turn Me On. Credit Installation view Pinacoteca Agnelli, Torino

Sylvie Fleury è nata nel 1961 a Ginevra, dove vive e lavora. Il suo lavoro è stato oggetti di importanti mostre in musei di tutto il mondo, tra cui recentemente Guggenheim Museum, Bilbao (2021); Song Art Museum, Pechino (2019); Kunstraum Dornbirn, Austria (2019); Villa Stuck, Monaco (2016). Le opere di Fleury sono state acquisite da prestigiose istituzioni quali il Museum of Modern Art, New York; Centre Pompidou, Parigi; e UBS ArtCollection, Svizzera. Nel 2018 le è stato conferito il Premio svizzero Meret Oppenheim e nel 2015 il Premio Société des Arts de Genève.
Info: pinacoteca-agnelli.it/