Gennaro Sangiuliano, un giornalista al Ministero della Cultura: «occorre creare con coraggio un nuovo immaginario italiano»

Autore delle biografie su Putin e Trump, conosciamo meglio Sangiuliano, che si propone di ripartire dai grandi autori e movimenti italiani

Gennaro Sangiuliano è il ministro della Cultura nel neonato governo Meloni. Il direttore del Tg2, nel mirino delle critiche per essere il biografo di Putin e Trump, effettivamente non era comparso tra le ipotesi accreditate nel totoministri. A pensarci ex post le indiscrezioni si sono concentrate sul ministero della Difesa, piuttosto che su quello dell’Economia, o ancora della Giustizia ma della cultura, effettivamente, ne abbiamo sentito parlare ben poco.  Triste metafora del nostro tempo in cui l’Italia, culla dei grandi poeti, si affanna sgomitando tra i numerosi problemi concreti.

A dire il vero c’è chi racconta che fossero mesi che Sangiuliano si aggirava per i corridoi di Saxa Rubra dicendo che a lui sarebbe toccato il ministero della Cultura -noto ai nostalgici come il ministero per i Beni Culturali- ma nessuno gli credeva. Napoletano doc, classe ’62, Sangiuliano ha una formazione giuridica ma una carriera nel giornalismo. Vicino a Fratelli d’Italia, non ha mai nascosto le sue inclinazioni politiche “virate” a destra. Dal 1996 al 2001 è il direttore del quotidiano di Roma e poi vicedirettore di Libero. Entra in Rai nel 2001, è inviato in Bosnia in Kosovo e in Afghanistan. Dal 2009 al 2018 è vicedirettore del Tg1. Dal 2018 è il direttore del Tg2. La scelta di porre a capo del dicastero della Cultura un giornalista è una scelta singolare, che nella storia italiana trova un unico precedente: Ronchey, che fu ministro dei Beni culturali e dell’Ambiente con Amato e poi con Ciampi ed è considerato uno dei giornalisti migliori che la storia italiana abbia mai conosciuto.

Il nostro – come ricordato in apertura- nella sua carriera si è dedicato alle biografie, da quella di Giuseppe Prezzolini (l’anarchico conservatore, 2008) a quella di Putin. (Vita di uno zar, 2015), ma anche di Hillary Clinton (Vita in una dynasty americana 2016), Trump (Vita di un presidente contro tutti 2017) e Xi Jinping (Il nuovo Mao. Xi Jinping e l’ascesa al potere nella Cina di oggi, 2019). L’ultimo, nel 2021, è dedicato a “Reagan Il presidente che cambiò la politica americana”.  A far discutere, ovviamente, è soprattutto la sua biografia su Putin. Uno scritto che proprio non può passare inosservato alla luce delle vicende che hanno visto uno dei leader dei partiti di maggioranza parlare di scambi di “dolci corrispondenze” accompagnate da casse di vodka e lambrusco e da una versione inedita dell’invasione russa in Ucraina secondo cui l’unico motivo che ha spinto il leader del Cremlino a dare vita ad una guerra su larga scala è aver tentato di sostituire Zelesnky con “persone per bene”, o ancora delle voci che a più riprese hanno accusato l’altro partito di maggioranza di scambi di informazioni non proprio trasparenti con Mosca.

Le preoccupazioni nascono dal fatto che il ritratto che ci restituisce  Sangiuliano di Putin è decisamente simpatizzante, a tratti elogiativo. “In quindici anni di potere, a Putin vengono ascritti successi come la crescita economica e la riappropriazione delle risorse energetiche da parte dello Stato”, scrive il ministro della Cultura nonostante riconosca che al contempo gli “viene contestato uno stile di governo autocratico, lontano da una democrazia liberale. Alla sua gestione del potere vengono anche ricondotti fatti di straordinaria gravità” a fronte però di “responsabilità mai provate”. “Solo il tempo e la storia ci diranno chi è stato davvero Putin”, ammette Sangiuliano salvo ricordare che “radicato nell’anima profonda della Russia e nelle sue peculiarità sociopolitiche, in realtà il successo di Putin deriva dalla sua capacità, di fronte a sfide impegnative e drammatiche (la guerra in Cecenia, un sistema economico da riconvertire al capitalismo, la diffusa crisi sociale e morale), di riplasmare un’identità nella quale tanti cittadini russi si riconoscono volentieri: un bagaglio di memorie, storie e ideali a cui è stato dato il nome di rinascimento nazionale e tradizionale”.

Da queste poche righe è facile, dunque, comprendere che la biografia su Vladimir Putin scritta da Gennaro Sangiuliano non è proprio di condanna, per usare un eufemismo. Tuttavia, la (o il che dir si voglia) presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito in più occasioni che il governo è di matrice atlantista, schierato convintamente al fianco dell’Ucraina, e la scelta di un ministro della Cultura che ha scritto una biografia filo-putiniana non può essere considerato ancora abbastanza per smentirla tout court.

Sangiuliano nella sua carriera, comunque, vanta anche un profilo da accademico: docente esterno a contratto di Diritto dell’informazione presso la Lumsa e di Economia degli intermediari finanziari alla Sapienza; titolare del corso di Storia dell’economia e dell’impresa alla Luiss; direttore della scuola di Giornalismo dell’Università degli Studi di Salerno; docente del Master in Giornalismo e Comunicazione della Università telematica “Pegaso”.

E così, alla luce dei suoi titoli e delle sue esperienze,  un’intervista al Messaggero il ministro della Cultura si è detto intenzionato a “combattere i sacerdoti del politicamente corretto e del mainstream” e pronto a “impegnarsi per la promozione della cultura più larga e più libera possibile”. Per questo il ministro intende cominciare la sua attività “con due grandi mostre”: una sul “Futurismo. L’altra sul Rinascimento”. “Due momenti storici”, dice, che “hanno proiettato l’Italia nel mondo”. “Ma prima di queste grandi eventi internazionali, nei prossimi giorni andrò nella casa di Benedetto Croce, dove c’è la fondazione, a Napoli, che è la mia adorata città”.

“Voglio cominciare proprio da Leopardi. E da Dante, da Benedetto Croce, da Giovanni Gentile, da Giuseppe Prezzolini. E direi anche da Antonio Gramsci”, spiega aggiungendo che “bisogna uscire da una mentalità solo conservativa dei beni culturali. E occorre creare con coraggio un nuovo immaginario italiano”, “la nostra cultura va raccontata anche con gli strumenti della modernità: cinema, serie televisive, social. Bisogna riformare il fondo unico per lo spettacolo, il Fus, e riformare la burocrazia relativa alla raccolta e all’uso dei finanziamenti pubblici”, prosegue sottolineando che “tra i problemi da risolvere, c’è quello dell’accessibilità”. Il patrimonio storico-artistico e culturale, rileva il ministro, “molte volte è scarsamente fruibile”. “C’è da fare un grande lavoro di infrastrutturazione della cultura”.

I propositi sembrano, quindi, oggettivamente buoni. Per citare lo stesso Sangiuliano, solo il tempo e la storia ci potranno dire che tipo di ministro della Cultura avremo. Certo è che non sarà facile destreggiarsi tra le malelingue, tra chi dietro il suo mandato vede riecheggiare il ministero della Cultura Popolare, voluto da Mussolini allo scopo di “controllare” la cultura, e tra quanti ritengono che dietro la sua nomina si debba leggere la drammatica assenza di “figure di alto profilo” per ricoprire un ruolo preminente quale dovrebbe essere la promozione e lo sviluppo della cultura in Italia.

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