I dipinti bengalesi esposti per la 59esima edizione della Biennale di Venezia raccontati dalla curatrice del padiglione

Viviana Vannucci ci parla di come è nata l’esposizione Time: mask and unmask a Palazzo Pisani-Revedin

Viviana Vannucci, docente presso la Pareto University e l’accademia di Belle Arti di Brera a Milano, si è occupata già nel 2019, come anche per questa 59° edizione della Biennale di Venezia, di curare il padiglione della Repubblica Popolare del Bangladesh. La curatrice ci parla di come è nata l’esposizione Time: mask and unmask a Palazzo Pisani-Revedin.

Il concept trae ispirazione dalla filosofia dell’indiano-bengalese Rabrinath Tagore, una riflessione molto importante per il Bangladesh, che trova una correlazione nelle opere dei 9 artisti esposti (Mohammad Eunus, Jamal Uddin Ahmed, Harun Ar- Rashid, Promiti Hossain, Mohammad Iqbal, Sumon Wahed e i tre maestri italiani Giuseppe Diego Spinelli, Marco Cassarà e Franco Marrocco). Secondo Tagore la natura è in perpetuo mutamento e l’essere umano era parte integrante di essa. Questo rapporto, tuttavia, si sarebbe interrotto a causa del progresso economico. È proprio all’altezza di questa frattura che si colloca il percorso visivo dell’esposizione: i dipinti, infatti, mostrano l’inesorabile trasformazione di questa felice convivenza fino alle gravi conseguenze dell’armonia perduta, come la crisi pandemica e la solitudine umana.

L’equilibrio iniziale tra l’uomo e la natura è rappresentato dai paesaggi fluviali di Jamal Uddin Ahmed; significative, in questo senso, sono le donne sulle rive del fiume Buriganga, mentre attendono i mariti pescatori che si intravedono sulle barche in lontananza. Proseguendo, i dipinti di Mohammad Eunus, attraverso rappresentazioni astratte con graffi, scritte, crepe, scarabocchi e striature di colore a contrasto, mostrano il dramma del mondo moderno. La stanza caleidoscopica di Harun Ar-Raschid, infine, è la parte che più di ogni altra mette in luce il graduale allontanamento tra il genere umano e l’ambiente naturale fino alla crisi pandemica.

A differenza degli altri padiglioni nazionali, in quello bengalese la pittura è molto presente. Perché questa scelta?

«Il progetto espositivo propone un racconto per immagini attraverso tele dipinte, dal figurativo surrealista alle poliedriche soluzioni dell’astrattismo informale. In Bangladesh, infatti, la tradizione pittorica è molto importante anche per le attuali generazioni. È ancora molto presente la pittura figurativa e i grandi artisti che realizzano queste opere sono tra i più importanti docenti dell’Università di Dhaka. Per questo motivo l’arte bengalese è molto interessante ed è importante che venga conosciuta anche al di fuori del Bangladesh».

Anche nel 2019 per la Biennale di Venezia 58. edizione aveva curato il padiglione della Repubblica Popolare del Bangladesh. Quali sono le differenze rispetto a questo progetto e quale pensa che sia la direzione che sta prendendo l’arte contemporanea bengalese?

«Il tema del 2019 era molto diverso e faceva riferimento anche ai problemi del paese. Il titolo era Thisrt, sete, intensa sia nel significato più immediato della carenza idrica, ma anche come sete di conoscenza, amore e diritti umani. Tra le opere più belle le fotografie di Nafis Gazi Ahmed, che ritraggono la comunità LGBT, costretta a vivere separata dalla popolazione islamica, e due bellissimi quadri, il primo realizzato dal pittore Uttam Kumar Karmaker, perduto a causa degli allegamenti avvenuti a Venezia in quel periodo, rappresentava il mare inquinato con pezzi di scarto di plastica in un’interessante versione della pittura-collage e poi Franco Marrocco con un lavoro sul quale erano applicate piccole ampolle di vetro. L’arte bengalese sembra continuare quindi ad affidare un ruolo centrale alla pittura, non mancano però soluzioni tecnologiche e innovative che possiamo osservare anche nel padiglione di questa Biennale!»

Dal 23 aprile al 27 novembre; Palazzo Pisani-Revedin, San Marco 4013, Venezia; info:https://www.labiennale.org/en/art/2022/bangladesh-peoples-republic

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