Spettatori incappucciati per la mostra di Davide Dormino alla Fondazione Volume!

Davide Dormino si confronta con gli spazi della Fondazione Volume, in una mostra dall’esperienza totalizzante, un racconto intimo e profondo

Quando il bambino era bambino è il titolo della nuova mostra di Davide Dormino, secondo artista a confrontarsi con gli spazi della Fondazione Volume!
è nell’attenzione dello sguardo che è racchiusa la chiave di interpretazione di questa mostra: interiore, innocente, censorio, perduto, premonitore o rivolto ad una memoria. Proprio quest’ultimo sguardo di osservazione ci accompagna nella prima parte della mostra dell’artista dove le forme della memoria prendono il proprio spazio, parlano e indicano la stratificazione della nostra anima.

Il primo mondo con cui lo spettatore si interfaccia è quindi un angolo di ricordi perduti, di archeologie e di luce buia. Lo spettatore vittima di un ambiente quasi respingente, tetro e infestato di scheletriche memorie si trova spiazzato di fronte ad un’interiorità e non può far altro che essere.
Il cappuccio che lo spettatore indossa dall’entrata della mostra diventa maschera sotto la quale il corpo, libero dalla sua faccia, ha la possibilità di sentirsi libero, di ascoltarsi e di ritrovare i propri istinti.

Nel primo spazio, lo spazio grigio e cupo, riemerge dal passato qualcosa che “non è più, ma ancora”. A Dormino non interessare inviare un messaggio o narrare una storia, ma piuttosto modellarla, dargli possibilità di esistere nell’immaginario e nell’esperienza sensoriale delle persone.
«E poi la luce», come scrive Silvano Manganaro, autore del testo della mostra.
Una stanza bianca, eterea, forse il paradiso? Di sicuro un luogo di liberazione dalle incertezze e dagli scheletri del nostro passato e quindi dalla prima sezione della mostra. Lo spettatore è l’uomo nero incappucciato che scopre il vero protagonista della mostra: un bambino in bronzo che lo guarda.
Chi è questo bambino? Sarà forse il nostro bambino interiore che ci guarda? Ci giudica? Ci osserva? Sappiamo noi osservare lui?
«Rimanendo in solitudine in questo spazio senza spazio dobbiamo elaborare il rapporto tra noi, giganti incappucciati, e questa presenza solitaria, che ci costringe ad avvicinarci e ad abbassarci. Cosa abbiamo fatto? cosa dobbiamo fare? Abbiamo dei sensi di colpa? Sentiamo di aver sbagliato qualcosa? Siamo felici? Tristi o spaventati?»

Il bambino, con il suo piccolo sguardo bronzeo e rassicurante, in una posizione rilassata ci guarda. Non ci giudica. Piuttosto nella sua serena immortalità statuaria ci rassegna ad ammettere che lui può fare a meno di noi ma noi non di lui. Allora ci possiamo togliere la maschera nera, ricongiungersi con quella parte di noi e forse ritrovare una pace. Andare via dalla mostra e aspettare che l’esperienza che abbiamo vissuto, in qualche modo ritorni a vibrare dentro di noi.

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