Intervista a Francesco Murano, l’architetto della luce

Uno dei light designer più richiesti in Italia racconta i trucchi del mestiere e svela gli errori più comuni negli allestimenti delle mostre

Quello di Francesco Murano non è un nome famoso ai più, eppure è uno dei light designer più richiesti in Italia. Basti pensare che, solo negli ultimi mesi, ha curato gli allestimenti delle mostre di Escher a Genova, Inferno a Roma, Fattori a Torino, la Pinacoteca di Como, Klimt a Palazzo Braschi e Boldini a Palazzo Albergati a Bologna, di Wonder Woman e Piet Mondrian a Milano.

Docente della Scuola di Design, nonché membro del laboratorio Luce e colore del Politecnico di Milano, Murano ha conseguito un master alla Domus Academy. Poi un dottorato di ricerca in disegno industriale con una tesi di laurea dal titolo Le figure della Luce. Ha svolto ricerche accademiche, scientifiche, programmi e attività di progettazione per importanti industrie italiane ed estere. Concentrandosi sulla progettazione illuminotecnica e illuminando molte delle più importanti mostre d’arte in Italia e all’estero.

Quali sono, e con quale ordine cronologico, le fasi del suo lavoro in caso di mostre e allestimenti?
«Il primo approccio consiste nello studio della pianta del sito espositivo per capire se esiste e come è fatto  il sistema di illuminazione, poi analizzo la distribuzione delle opere per comprendere se sussistono problemi impiantistici. Quindi analizzo il progetto allestitivo e ne discuto con il progettista. Infine studio le opere e l’autore per stabilire le caratteristiche dell’illuminazione e tra queste, innanzitutto, la relativa tonalità».

Quali sono i suoi maestri e i suoi punti di riferimento?
«I miei maestri sono i Maestri, Achille Castiglioni se disegno una lampada, Franco Albini se penso ad un allestimento, Josef Svoboda se immagino una scenografia, James Turrell se devo realizzare un’istallazione di luce. Questo non vuol dire che io mi ispiri ai loro lavori ma piuttosto che il loro lavori mi hanno  insegnato che la luce e gli allestimenti possono diventare di per se stessi delle opere d’arte».

Come può variare l’architettura delle luci in base alle tipologie di arte?
«Le opere classiche mi sembra esigano una tonalità di luce più calda e una luminosità più circoscritta alle opere; mentre per gli autori contemporanei preferisco utilizzare tonalità più fredde e ampliare la luce fino a comprendere anche l’intero allestimento».

E la fotografia rispetto alla scultura?
«La fotografia e la pittura hanno un punto di vista che direi corale nel senso che l’opera non appare diversa a seconda della posizione dell’osservatore, mentre la scultura cambia a seconda del punto di vista e bisogna cercare l’esatta posizione del proiettore affinché durante il percorso di avvicinamento all’opera questa sembri ad un certo punto risplendere verso di noi stabilendo una sorta di comunicazione biunivoca».

Da cosa un neofita può giudicare se una mostra è bene o male illuminata?
«Esistono degli errori “ortografici” come i riflessi sulle opere o le ombre portate dalle cornici e dai visitatori, esistono dei problemi sintattici che riguardano il rapporto tra tutte le opere illuminate e l’ambiente ed esiste un livello stilistico che connota una mostra ben illuminata e priva di errori ortografici e sintattici».

Quale è il livello, da questo punto di vista, degli allestimenti italiani e quali gli errori più frequenti?
«Purtroppo, proprio il livello ortografico, che però è anche il più semplice da correggere, basta acquisire qualche nozione di grammatica della luce: per questo che ho scritto il mio libro ed è per questo che vorrei incontrare i responsabili degli allestimenti museali in giornate di studio…»

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