L’ Inferno umano di Jean Clair

Scuderie del Quirinale

Si realizza finalmente la mostra sull’inferno dantesco da tempo immaginata dal noto critico Jean Clair e curata oggi con Laura Bossi alle Scuderie del Quirinale, in una prospettiva che supera quella letteraria. Chiunque abbia almeno un po’ di affinità con la storia dell’arte conosce il nome di Jean Clair. Il primo ricordo legato a lui è senza dubbio Venezia 1995, dove in occasione del centenario della Biennale, Clair curava un’esposizione internazionale intitolata Identitàalterità. Tema tornato in auge qualche anno fa ma che di certo, visto con gli occhi di più di venticinque anni trascorsi, risulterebbe quasi obsoleto. L’ etichetta di “conservatore” – come molti hanno spesso definito il curatore – non sembra, ad uno sguardo più esperto, calzargli a pennello. Tuttavia è un’occasione istituzionale, le celebrazioni per i settecento anni dalla morte di Dante, a far sì che a curare una delle più attese mostre dell’anno sia stato chiamato lui.

Inferno di Jean Clair è il titolo della mostra sull’Inferno che dalla sua apertura sta registrando incredibili numeri di visitatori (rimarrà visitabile fino al 9 gennaio). Il mito del conservatore viene però presto smentito: già nel 2006, mentre ancora l’eco del post-human risuonava su scala planetaria, Clair aveva proposto una mostra con lo stesso tema ad alcuni musei senza ricevere consensi. Oggi più che mai l’inferno torna pop e l’anniversario dantesco ha consentito finalmente il concretizzarsi della grande mostra. Ne è testimone uno dei suoi saggi più belli, De immundo (Abscondita, 2005), non a caso evocato dal testo in catalogo.

La mostra si struttura su due sezioni, una dedicata nello specifico a Dante e al suo inferno narrato a partire da suggestioni tematiche e iconografiche, l’altra basata su un inferno simbolico e contemporaneo. Al primo piano ci imbattiamo, quindi, in un maestoso calco in gesso de La porta dell’Inferno di Rodin (1880-1917), nel Giudizio Finale di Beato Angelico (1425), ne La voragine infernale di Botticelli (1481-1488) proveniente dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, ne Le tentazioni di Sant’Antonio Abate di Jan Brueghel (1601), in alcune stampe – Herbert List (1949) e Robert Doisneau (1952) – nel ciclo di illustrazioni di Federico Zuccari e Giovanni Stradano (tardo Cinquecento), nel celebre Virgilio e Dante di Gustave Doré (1861) in dialogo con la fiabesca serie dantesca di Miquel Barceló (2001-2002). Non mancano, inoltre, una sezione di considerevoli manoscritti della Divina Commedia.
Nel secondo piano ha inizio una metamorfosi che dall’immagine del diavolo giunge alla simbolizzazione più contemporanea dell’inferno. Un teatrino di pupi siciliani ci accoglie non lontano dal celebre bulino di Dürer Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo (1513), poi alcuni rari disegni di Victor Hugo e la serigrafia su Baudelaire di Odilon Redon (1891).
In seguito un excursus verso un inferno diverso da quello dantesco, pagano e il peggiore di tutti. È la grande sezione dell’ Inferno in terra che si dirama negli orrori urbani, industriali, psichici, bellici. Dalle Carceri di Piranesi (1744-1761) alla serie di disegni di Paul Richer, – quasi uno studio sul corpo in preda a crisi isteriche (1881) – si giunge al trionfo devastante della guerra dove si compie e si conclude la metamorfosi infernale: I disastri della guerra di Goya (1810-1823) campeggiano nella sala insieme alle acqueforti di Otto Dix (1924). Dalla guerra, l’inferno divenuto concreto culmina la simbolizzazione reale e arriva allo sterminio novecentesco, sua ultima degenerazione. Compaiono le bozze di Se questo è un uomo (1958) di Primo Levi. Ma ecco che verso la fine dell’esposizione riapparire il monito dantesco: è una torcia per uscire dall’inferno scabroso nel quale ci siamo addentrati. Ritroviamo la speranza di “uscire a riveder le stelle” nelle opere di Anselm Kiefer (1995, 2001) e nei pastelli di Etienne-Léopold Trouvelot (1874) sulla Via Lattea e la nebulosa Omega.

Chiedersi perché valga la pena oggi parlare d’inferno non è scontato. L ’inferno di Jean Clair chiede una spiegazione maggiore rispetto alla celebrazione patriottica. Cosa è Inferno? Tralasciando la lecita storicizzazione contemporanea di tutto ciò che concerne l’abietto, l’escrementizio, il putrido, l’immondo (per citare ancora Clair), si potrebbe dire senza esagerazioni che viviamo tutti un inferno contemporaneo. Alla guerra, flagello storico dell’umanità che causa migliaia di vittime civili ogni giorno, si è aggiunto il disastro climatico e ambientale; ultima arrivata una pandemia che riporta all’attualità l’estinzione della specie, un tema non più solo letterario. Il sistema ci nutre della facoltà di credere all’immortalità presente, «credendo di avere acquisito un diritto alla salute perpetua, l’uomo si crede potenzialmente immortale» – scrive Jean Clair – «Il cadavere che lascia dietro di sé quindi non è più niente. Più niente che lo riguardi ancora, niente per cui abbia qualche rispetto» (da saturno a satana, dal catalogo, Skira, 2021).
Abituati, illusi e addormentati subiamo ogni giorno le conseguenze del mondo in cui siamo stati gettati, assuefatti a una logica di asservimento che somiglia tanto a quella di un eterno contrappasso terreno. Non preoccupati abbastanza perché ciechi di fronte ad un’alternativa diversa dall’abitudine. Tuttavia “riveder le stelle” è ancora possibile: diamo agli artisti la possibilità di fare luce sul futuro che si preannuncia, non dei più luminosi ma sul quale l’arte può ancora riporre un’incondizionata fiducia.

info: scuderiequirinale.it/mostra/inferno

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