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La solitudine del fumettista errante

La solitudine dei numeri primi? No: La solitudine del fumettista errante. È il titolo del graphic novel (in bianco e nero) scritto e disegnato da Adrian Tomine, e definito da Alan Moore – autore di capolavori come V for vendetta, Watchmen, From hell – «il più onesto e acuto ritratto di un sistema con il quale non vorrei avere più nulla a che fare». Edito da Rizzoli lizard, il volume (brossurato con alette, 160 pagine, 19 euro) tratteggia, in modo non banale, il passaggio da una passione d’infanzia ad un lavoro vero e proprio. Proprio quanto è accaduto a Tomine – californiano, classe 1974, i suoi lavori appaiono con regolarità sulla rivista New Yorker, per la quale ha realizzato cover fantastiche – che ha raggiunto l’obiettivo agognato fin dalle scuola elementare (ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza a disegnare storie e raffinare la sua tecnica, accantonando divertimenti tipici della sua età): divenire un fumettista importante. A questo punto domanda e risposta appaiono quantomeno inevitabili, come riporta la quarta di copertina: ”chi è più sconosciuto del campione mondiale di uno sport che non interessa a nessuno?”. Replica: ”qualsiasi fumettista di successo”. Già. Adesso, infatti, Tomine – che vive a New York con sua moglie e le loro due figlie – si trova a fronteggiare gli aspetti più complicati (nonché più sgradevoli) legati alla ”notorietà”. Per quale ragione è presto detto: certamente è un autore e illustratore stimato e rispettato dai suoi pari ma ciò non toglie che, la maggior parte degli appassionati fumettari, si dividono tra manga e comics, e non sanno neppure dell’esistenza di Tomine. E così, nel corso di uno dei numerosi festival al quale è invitato, può accadere che un ragazzo lo confonda per Neil Gaiman – solo per dirne una, ha firmato la serie a fumetti Sandman, edita da Dc Comics negli Stati Uniti tra il 1989 e il 1996 – o che, per errore, si ritrovi seduto all’interno di uno stand al posto del già citato Moore (con sommo dispiacere dei fan in fila da ore per il firma copie). Giornalista e scrittore britannico, nonché addetto ai lavori, Warren Ellis afferma che «imparare a scrivere fumetti è così dannatamente difficile perché si tratta di una forma strana che in realtà ti rende un po’ più adattabile per le altre forme di scrittura». Difficile dargli torto. Ma nel suo graphic novel La solitudine del fumettista errante – tradotto da Vincenzo Filosa – Tomine va oltre, e con taglio ironico e diretto stila uno spassoso diario dei suoi tour promozionali. Al pari di un taccuino (anche a livello grafico l’associazione è inevitabile) Tomine fa leva su un segno morbido, semplice ed essenziale per rivivere – e, soprattutto, far vivere al lettore – interviste fuori dal comune, divertenti incontri con lettori che meno interessati non si può (ma anche con appassionati troppo sfacciati), feroci retroscena di chiacchierate tra colleghi. Senza dimenticare la magra figura con Frank Miller, un’altra icona del fumetto. Tra passione e sano realismo (”non avevo idea di quanto sarebbe stata solitaria la vita del fumettista a tempo pieno. Lavorare a casa, tutto da solo, vivere in solitudine”, ammette il suo alter ego nel racconto), Tomine cerca di districarsi tra una gaffe e l’altra, consapevole della fortuna (e del talento allenato) che porta in dote ma anche delle difficoltà quotidiane da affrontare (dall’essere padre ai classici alti e bassi della vita di coppia). Già autore di Scene da un matrimonio imminente (2011) e Morire in piedi (2016), entrambi editi da Rizzoli lizard, Tomine presenta al pubblico un memoir agrodolce, saltellando come un putto irriverente e impacciato dall’epica della smania giovanile alle paturnie dell’età adulta. Una raccolta di episodi buffi e mesti, che denota intelligenza di fondo e spirito autocritico. Che sia di esempio ad altri autori meno quotati e più tronfi. Sperando che Woody Allen ”inciampi” in questa lettura.

Info: www.rizzolilizard.eu

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