Personaggi

Intervista con la Melandri

La pandemia da Coronavirus, con l’obbligo del distanziamento sociale, ha cambiato la vita di tutti i giorni di moltissime persone, «modificando anche abitudini comuni. Il mondo della cultura ha subito gravi alterazioni, soprattutto nella fruizione pubblica dei propri prodotti. Gli eventi musicali, il teatro, il cinema sono stati alcuni dei settori più colpiti dal virus. Tra questi, naturalmente, figurano anche i musei. Per capire come gli spazi di pubblica fruizione dell’arte abbiamo affrontato questa delicatissima fase ne abbiamo parlato con Giovanna Melandri, Presidente della Fondazione Maxxi. Melandri, che di formazione è un’economista con una forte componente ambientalista, è stata anche ministro della cultura. Attualmente, oltre alla guida del Maxxi Melandri è anche Presidente di Social Impact Agenda per l’Italia, un’associazione che raccoglie gli stakeholders (imprese sociali, banche, fondazioni bancarie, etc.) impegnati nella crescita degli investimenti ad impatto sociale nel mercato italiano.  

In che modo il Covid19 ha cambiato o influenzato la politica del Maxxi?
«L’emergenza Covid 19 e il lockdown ci hanno costretto a reinventrarci velocemente: in soli tre giorni abbiamo reagito e ci siamo trasformati in un broadcaster di contenuti online, la maggior parte inediti, pensati e realizzati appositamente per il palinseto online. Abbiamo chiesto ad artisti, architetti, fotografi, designer, intellettuali, scienziati, filosofi, psicanalisti di produrre brevi pillole video per noi. Tutti si sono subito resi disponibili e abbiamo anche offerto delle dirette live. Il risultato è stato sorprendente, perché pur essendo un lavoro nuovo per il museo, abbiamo ottenuto oltre 14 milioni di visualizzazioni e di contatti. Inoltre il 2020 è un anno per noi molto importante perché coincide con il decennale del museo e per celebrarlo abbiamo organizzato un festival online, una maratona digitale di oltre 10 ore con i direttori dei principali musei di tutto il mondo, artisti, architetti. È stata davvero una felice scoperta constatare il potenziale di queste nuove opportunità».  

Avete imparato qualcosa di nuovo durante questa pandemia?
«
È stato per noi un grande apprendistato l’uso delle tecnologie digitali e dei social-media. I risultati sono così positivi che ci costringono a fare alcune riflessioni sul numero enorme di pubblico online che ci ha davvero sorpreso rispetto alle presenze fisiche che frequentano abitualmente il museo. Il ministro Franceschini ha recentemente sottolineato la necessità di creare una piattaforma digitale dove inserire tutti i contenuti artistici italiani che dovranno essere a pagamento come ulteriore fonte di finanziamento del mondo dell’arte. Nel periodo del lockdown gli artisti, architetti e creativi sono stati molto generosi ed hanno lavorato gratuitamente creando piccole pillole artistiche per la rete. Sappiamo però che in futuro il loro lavoro dovrà essere sostenuto con un riconoscimento economico».  

Secondo lei queste nuove iniziative sui social porteranno nuovi visitatori al Maxxi? 
«Dopo gli Uffizi, siamo il secondo museo più digital d’Italia con 14 milioni di visualizzazioni anche se riconosciamo il momento molto particolare dovuto alla pandemia. Abbiamo sempre avuto un buon rapporto tra la nostra offerta online e quella che riguarda le presenze fisiche. La cosa molto interessante è che fino a ieri vedevamo le mostre e i loro behind the scenes, e le relative interviste con gli artisti, oggi scopriamo anche la possibilità delle azioni d’artista, vere e proprie performance pensate e create per la rete».  

Cosa avete fatto di diverso rispetto a gli altri musei? 
«La scelta originale che abbiamo fatto rispetto ad altri musei è stata quella di mandare in streaming non solo materiale già esistente, come i documentari realizzati da Sky Arte Hd sulle nostre principali mostre. Non ci siamo fermati qui, abbiamo coinvolto importanti artisti che avevano collaborato con il Maxxi in passato chiedendo loro di creare contenuti unici e nuovi specificatamente per noi». 

Secondo lei questa pandemia come influenzerà il Maxxi? 
«Questa domanda è stata al centro della maratona digitale di cui le parlavo: con I direttori dei principali musei di tutto il mondo, con artisti, architetti e creativi abbiamo avviato una riflessione su come la pandemia abbia influito su funzione, organizzazione, percezione e offerta dei musei. Ci siamo chiesti come I musei, nella realtà post emergenza Covid-19, ridefinita dalla digitalizzazione e dalla distanza sociale, possano continuare a svilupparsi come principale spazio pubblico di ricerca, come conciliare la dimensione locale e globale della ricerca contemporanea. In particolare, il Maxxi ha riaperto alla fine di maggio. Abbiamo scelto di farlo gradualmente (la prima mostra a riaprire è stata quella dedicata a Gio Ponti, e poi il progetto espositivo sul tema della Casa) privilegiando la funzione sociale del museo, nel rispetto delle norme di sicurezza. A settembre ripartiamo con le nuove mostre. Il Maxxi è un grande progetto di Zaha Hadid, le sue gallerie sono ampie con grandi spazi espositivi, e questo agevola il rispetto delle norme di sicurezza». 

Secondo lei cosa accadrà ai vostri visitatori?
«Il 50% dei nostri visitatori è internazionale. L’altro 50% è suddiviso a sua volta per metà da italiani e per metà da romani. Ci aspettiamo inevitabilmente un calo di presenze. Per questo motivo, stiamo predisponendo un progetto che prevede un forte coinvolgimento dei cittadini di Roma. Vogliamo e dobbiamo trasformare questa grave crisi in un’opportunità. Puntiamo nel far conoscere il museo al maggior numero di cittadini romani coinvolgendoli nelle nostre iniziative. Questa sarà anche la nostra sfida. Mi aspetto una lunga transizione prima di tornare ai livelli di presenze turistiche del periodo pre-coronavirus. Il lavoro che abbiamo svolto ha diversi risvolti positivi. Siamo riusciti a mantenere viva la nostra online community durante la chiusura del museo mantenendo contatti stretti anche con il nostro pubblico internazionale». 

Come vi è venuta l’idea originale di creare nuovi contenuti? 
«È stata una mia idea, coerente con quello che rappresenta il Maxxi, che per me è più di un museo. È un laboratorio di ricerca, un luogo dove negli ultimi cinque anni si sono confrontati filosofi, scienziati, sociologi e psicanalisti interrogandosi sul nostro futuro. Il lockdown ha imposto a tutti la domanda su cosa stesse succedendo al mondo. Il nostro museo già da tempo affronta i grandi temi dell’ambiente, del cambio climatico e dei conflitti sociali organizzando molti incontri e talk. Per questo motivo vogliamo continuare a rappresentare un luogo di confronto e approfondimento». 

Cosa avete imparato di nuovo nell’uso dei social media?
«Credo che in futuro il Maxxi debba dare la possibilità di seguire in diretta le conferenze sui vari temi affrontati, mentre fino a oggi venivamo seguiti su internet nei giorni successivi. Invece ora dobbiamo integrare e immaginare un modello misto che offre in contemporanea la presenza in sala di visitatori e la diretta in remoto».

Quale è stata la difficoltà più grande che avete affrontato?
«Il budget, perché abbiamo perso tantissimo a partire dagli incassi dei biglietti di ingresso, sponsorizzazioni e partnership e molto altro. Di conseguenza, saremmo costretti a grandi tagli economici. Alcuni grandi musei americani come il MoMA e il Met hanno affrontato la necessità di dover fare tagli economici sacrificando innanzitutto i dipartimenti educativi, dimenticando che proprio la natura sociale di tali istituzioni vada assolutamente preservata. Noi ci siamo mossi nel verso opposto: preferisco nel caso essere costretta a rinunciare a produrre alcune mostre, ma continuare a tener vivo e sostenere i nostri dipartimenti educativi. Non dimentichiamoci che per supplire alla chiusura delle scuole è stato fondamentale essere anche un’agenzia educativa di qualità, libertà e di pensiero critico. La nostra sfida sarà quella di dover lavorare e produrre eventi con budget ridotti ma salvaguardando la natura sociale, didattica, educativa coscienti di essere un importante museo nazionale ma anche una piattaforma di pensiero di cultura e di ricerca». 

Secondo lei la pandemia come cambierà la definizione di un museo? 
«Io credo che questa pandemia cambierà la definizione di quasi tutto il nostro modo di vivere. Credo che l’insegnamento che dobbiamo trarre da questa grande crisi sia quello di definire nuove identità ai musei. Credo che il compito di un museo sia quello di esporre arte e conservare la propria collezione con nuove opere ma allo stesso tempo essere non solo uno spazio espositivo ma uno spazio di libertà e di elaborazione di pensiero critico».

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