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La Setta (delle Paesaggiste d’Interno)

I giorni della fase 1 si sono trasformati in giorni della fase 2. Sono giorni di semi-quarantena, giorni un po’ più morbidi rispetto a quelli di prima. Sì. E cosa è successo nel frattempo? Cosa abbiamo pensato? Come abbiamo vissuto? Cosa è cambiato dentro di noi? Come è cambiata la nostra vita? Abbiamo avuto molto più tempo per tutto. E tutto è cambiato. La quarantena ci ha fatto cambiare, e le nostre case sono cambiate con noi. E chissà cos’altro succederà… La Setta (delle Paesaggiste d’interno), di John Cascone e Veronica Cruciani probabilmente non sarebbe mai nata senza questo paesaggio, come lo chiamerebbero loro. Così hanno riscoperto lo spazio domestico in un momento in cui sono stati obbligati a ripensare gli spazi privati, gli spazi che avevano davanti agli occhi giorno dopo giorno. E come possono rinascere se abitati da corpi in movimento, da azioni che tutto sembrano tranne che quotidiane e famigliari?

Quando arriva una crisi, sì, è in questi momenti che nascono delle nuove idee. Nuove forme, anche. Non per forza da denominare. In questi mesi abbiamo vissuto di più le nostre case: eravamo costretti a farlo. E, in qualche modo, abbiamo continuato a vivere, quello che di solito facevamo fuori, dentro. Così, forse, non si è fermata mai. Di sicuro abbiamo vissuto – e ancora adesso in parte è così – un’altra vita: una surrealtà. Abbiamo convissuto con spazi e idee; immagino che la vostra ”setta” sia nata da tutto questo. Il vostro racconto….

JC/VC: «In un periodo in cui era impossibile interagire attraverso la presenza fisica, la relazione dei corpi, molti di noi, tra le diverse piattaforme web, hanno incominciato ad utilizzare Zoom per vari motivi (lavorativi, affettivi, etc). Allora abbiamo pensato di esplorare Zoom come un linguaggio, provando ad immaginare come alcuni temi che ci stavano particolarmente a cuore e che facevano parte della nostra ricerca potessero essere sviluppati attraverso questa piattaforma, forzando un ambiente digitale pensato per le web conference, utilizzandolo per la performance live. A questo si aggiungeva la riflessione sulla Pandemia che ha incominciato a portare un crollo della visione antropocentrica, inevitabilmente l’essere umano dovrà ripensare il suo rapporto con il pianeta che non potrà seguire le stesse gerarchie ma dovrà cercare un rapporto paritario, la performance nasce da questi presupposti sviluppandoli in un ambiente digitale».

La prima cosa che vi ha ispirati. La prima cosa che vi ha fatto scattare e che vi ha fatto arrivare alla ”setta”. Uno spettacolo, di teatro, d’arte, non è importante definirlo, lo dicevo, uno spettacolo che è possibile vedere su Zoom grazie ad un invito. Come sta andando? Avete pensato ad una programmazione? Rimarrà nel tempo anche quando tutto questo, chissà quando, non ci sarà più e saremo liberi, liberi di iniziare le nostre vite così come erano prima? O, speriamo, meglio di prima?

JC/VC: «La reclusione ci ha portati ad avere come unico ambiente di vita e di ricerca la nostra casa, che abbiamo incominciato a vedere come un paesaggio, l’unico paesaggio possibile in quel momento. Le nostre azioni durante le giornate si ripetevano uguali diventando, inconsapevolmente, delle coreografie dettate dall’interazione tra noi e gli oggetti, i mobili, lo spazio domestico, un ambiente finalizzato all’essere umano in cui eravamo reclusi. Questa visione si ribaltava nel mondo esterno in cui la sola vita concessa era, in quel momento, quella delle merci. Abbiamo allora immaginato che qualcuno incominciasse, partendo dal proprio ambiente domestico, a voler interrompere questa visione realizzando nuove coreografie, nuove connessioni tra gli oggetti, i mobili, etc., e utilizzasse la rete per diffondere e condividere queste pratiche».

Nella ”setta” con voi, che ne siete gli ideatori (i ricercatori), anche tre performer: Elisabetta Da Rold, Federica Rosellini e Roberta Zanardo. Cosa hanno pensato quando hanno ricevuto la vostra proposta? Raccontateci qualche battuta… Ho partecipato ad una delle vostre preview e ho visto le loro performance, tutte diverse. Sapori differenti. Movimenti e idee personali dove comunque è chiara una regia, una regia con interventi da passi di Donna Haraway, e tanto altro.

JC/VC: «Dopo la lettura del progetto sono state varie le risposte da parte delle performer: ”sarò felice di essere oggetto tra gli oggetti e cosa tra le cose”, ”i temi di questa performance mi appartengono”, ”non vedo l’ora di ribaltare casa”. È stato fatto un lavoro di improvvisazione su cui abbiamo costruito una struttura composta da azioni, coreografie, ripetizioni di testi, cercando di creare una relazione tra performer che lavoravano contemporaneamente da diversi, a volte migliaia, chilometri di distanza. Cercavamo volutamente una dimensione informe che mettesse insieme diversi linguaggi. Non volevamo che la performance avesse un climax e pertanto abbiamo lavorato sulla dilatazione e compressione del tempo, inserendo inoltre dei momenti di raccordo in cui le performer si muovevano all’unisono. Il tutto è stato pensato andando al di là della singola scena, immagine, poiché ognuna delle tre performer aveva due camere, questo ci ha portato a lavorare su sei scene contemporaneamente. Scene che durante la performance gli spettatori hanno ”montato” liberamente scegliendo loro quale camera vedere e in quale modalità».

Avete pensato a La setta (delle Paesaggiste d’esterno)? Lasciatemi giocare… Piano, piano inizieremo ad uscire di casa sempre di più e avremo bisogno di riprendere spazio, di riabitare lo spazio pubblico, di tornare nei nostri luoghi.

JC/VC: «Questa sembra una proposta?! Non ci abbiamo pensato, ma stiamo immaginando altri lavori da realizzare all’aperto. Ad esempio il progetto Ovunque, un laboratorio urbano che come indica bene il nome può essere sviluppato ovunque e che rivendica lo spazio pubblico come spazio d’incontro. L’ambiente della Setta (delle Paesaggiste d’Interno) era di tipo digitale e ne ha influenzato il linguaggio, le forme, la modalità di partecipazione e di visione da parte del pubblico. Volendo nel tempo altre sette insieme alla Setta (delle Paesaggiste d’Interno) potranno abitare lo spazio del reale, del web, dell’immaginario facendo emergere la paradossalità e la potenzialità di questi ambienti».

Come vi sentite quando le performance sono finite? Quando finisce il ”rito”, come vi piace definirlo. Un corpo si muove in uno spazio. Un’anima si muove in uno spazio. L’uomo nel suo ambiente domestico, l’uomo nel suo nuovo paesaggio. Ecco, per continuare a citare dei vostri passaggi, arriviamo a ”Le Società della Mistica Tecnologica”. Che cosa sono? Nuovi regni? Dal microcosmo domestico ad un prossimo macrocosmo sociale? Qualche pensiero.

JC/VC: «”Le Società della Mistica Tecnologica” è una visione a posteriori della nostra età in cui in un futuro prossimo degli studiosi andranno ad analizzare i comportamenti, le pratiche, di alcuni gruppi isolati divenuti nel tempo società fondate dall’incontro di una visione estatica con quella tecnologica attraverso specifici rituali domestici. Questa finzione letteraria è stata la struttura narrativa, nata dalla nostra esperienza di reclusione da Covid19, con la quale abbiamo costruito la performance. La ”mistica tecnologica” è una forma eterodossa, eretica, all’interno del consumismo digitale, che utilizza il web come rete di propagazione e trasformazione dell’energia generata dal ripensamento dell’ambiente e delle azioni domestiche, da qui, il fine utopico di creare nuove connessioni con il futuro ”macrocosmo sociale”».

Info: https://www.lasettadellepaesaggiste.net/

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