5Points.

D.F.V.O. (Dentro. Fuori. Verso. Oltre.) con Eugenio Tibaldi

Stiamo vivendo un momento molto duro da affrontare e Inside Art si è fatta delle domande. La risposta è sintetizzata in questo ciclo di interviste in cui ci confrontiamo con degli artisti per analizzare la reazione umana a quanto stiamo vivendo. Il fil rouge di questa narrazione è D.F.V.O. (Dentro. Fuori. Verso. Oltre.) scandito attraverso cinque brevi domande per capire quali sono i pensieri in giro in questo periodo. Come spiega Rosa Ciacci, la curatrice di questa rubrica, edizione speciale di 5Points., infatti,  ”In questi giorni di quarantena mi sono chiesta un po’ di cose. Ho avuto tempo per farlo. Ho avuto tempo per affacciarmi dalla finestra e pensare anche da là. Ho avuto tempo per starmene un po’ affacciata. Già. E ho immaginato le vite delle persone che passavano: chissà che fanno, perché sono uscite, come si sentono, come vivono questo periodo. D.F.V.O. (Dentro. Fuori. Verso. Oltre.) Un po’ per fermarci.”

Oggi scopriamo cosa sta pensando Eugenio Tibaldi

Come ti senti? Cosa ti passa in mente in questi giorni? Pensieri? Idee nuove e/o idee che ritornano? Dentro la tua testa.

Sono giorni bizzarri, cerco di non pensare molto, spreco un po’ più di tempo del solito ad appassionarmi a impossibili scenari o complotti internazionali e per confermare l’utilità della mia esistenza mi affido alla tecnica. Da quando è iniziato tutto questo dedico molto tempo al disegno e alla pittura ogni giorno cercando nella precisione e nel rigore le risposte che non trovo nei video del web o sui giornali. La fortuna ha voluto che avessi da completare le tavole che faranno parte dell’installazione per la mostra in preparazione allo Zoma Museum di Addis Abeba, mostra su cui sto lavorando ormai da 6 mesi con un lavoro site-specific in costruzione nella parte esterna del museo che rimarrà in collezione e una mostra con altri lavori realizzati fra l’Italia e l’Africa. Questa è la tappa finale di Under the spell of Africa progetto curato da Adriana Rispoli su invito del Ministero degli Esteri che ha coinvolto anche, Raffaela Mariniello in Costa d’Avorio, e Flavio Favelli in Sud Africa e che dovrebbe concludersi con la mia tappa in Etiopia a fine aprile ( ma ormai è tutto da vedere…). 

#iorestoacasa. Cosa è per te casa? Spazi concreti. Spazi astratti. Dentro lo spazio.

Sono una persona fortunata, per me la casa, lo studio hanno sempre avuto un’importanza centrale, lavoro molto la mattina presto per cui scelgo sempre abitazioni con spazi ampi in cui vi sia almeno una parte dello studio. In questo momento così particolare credo che più che lo spazio fisico, sia fondamentale avere un solido spazio mentale, una sorta di luogo intimo e fedele. La casualità ha voluto che il lavoro, che è in questo periodo esposto alla Galleria Nazionale di Roma nella mostra Notturno con figura, Primo corollario sulla vibrazione curata da Lucrezia Longobardi, tratti proprio di questo. Habitat-01 è una sorta di rifugio neuronale che ho tentato di rappresentare in modo fisico nell’installazione site-specific fatta per la Galleria Nazionale, la narrazione visiva di un luogo mentale, un percorso che ci avvicina più al nostro essere animali singoli, uno spazio in cui svestire la maschera della socialità e fare i conti con noi stessi e con le nostre schizofrenie, ansie, paure, desideri e con i nostri peccati.  Al tempo stesso Habitat  rappresenta anche la mia idea di casa, ovvero una struttura priva di fondamenta o radici piantate al suolo ma germinate all’interno di noi dalle nostre distopie, costruita intorno ai gesti che ci fanno sentire in pace, un dispositivo che possiamo trasportare ed innescare ovunque, in grado di farci sentire al nostro posto in qualunque posto. Di tutti i lavori fatti credo che se dovessi sceglierne uno per questo tempo sarebbe proprio questo.

Cosa vedi fuori, se ti affacci? Come immagini fuori se non ti affacci (e se lo immagini)?. Fuori dalla testa, fuori dallo spazio.

Il mio studio ha un piccolo balcone su una piazza alberata, balcone su cui esco a fumare e a guardare la vita degli altri, non solo in questo momento, lo faccio da sempre da tutti i balconi che ho avuto. Io vengo da una piccola cittadina di provincia ma ormai da più di 20 anni vivo in grandi città, le frequento pochissimo, mi piace l’idea di vivere dentro ad esse, di far parte della metropoli, sfruttarne mimetismo, passare inosservato e, come dicevo poco fa, poter osservare. Esco di rado e non amo parlare con le persone che incontro per caso, ma adoro sapere che sono lì, lì sotto, lo stesso vale per i cinema per i teatri e per i negozi. Ogni mattina nella piazza sotto il mio attuale balcone, si compie il rito del mercato, spesso guardo, il metodo che ogni singolo ambulante applica nel montare la sua postazione e penso che siano delle dinamiche meravigliose, tentativi di comunicazione di altissimo livello. Poi guardo le persone che girano fra i banchi, le traiettorie delle auto che sbagliano i parcheggi, i piccoli litigi e le mosse edonistiche di chi si prova gli abiti….e infine viene il momento più bello, ogni giorno alle 14,30 arriva la squadra di pulizie che riporta la piazza all’ordine, raccoglie i resti, spazza tutto, lava l’asfalto e prepara il nuovo campo intonso per la battaglia del giorno seguente. Un loop che sembra la vita.

Desideri. Necessità. Bisogni. Ti manca qualcosa? Ti manca davvero qualcosa? Il tuo tempo libero “in gabbia”. Verso chi e/o cosa.

Mi manca un po’ la mia solitudine, so che sembra assurdo, ma avendo due figli piccoli che in questo periodo non vanno né all’asilo, né a scuola e gravitano per casa invadendo ogni spazio diventa davvero strano. Non riesco ad avere i miei tempi di solitudine quotidiana, quegli spazi in cui assapori la routine delle tue manie e che ti permettono di mettere a fuoco i pensieri. Oltre a questo mi mancano i viaggi, per il mio lavoro ma, più onestamente, per la mia indole zingara mi piace muovermi molto, mi piace scendere negli aeroporti e nelle stazioni sentire quel lieve brivido dei luoghi estranei e mettere alla prova le mie strategie di adattamento. Mi manca la mattina presto vagare per la città a cercare le architetture minime. Per me guardare gli homeless è sempre stato gettare uno sguardo rassicurante su un precipizio che mi accompagna da sempre, nella loro precarietà trovo risposte che il sistema ufficiale non riesce a darmi ed alternative possibili.

Sembra tutto un po’ assurdo. Fiction. Reality. Un tuo film: qualche battuta. Oltre.

Il mio ”oltre” sono Mariasole e i bambini. I piccoli, con le giuste esigenze dell’infanzia, risistemano ad ogni istante la graduatoria delle priorità, mentre Mariasole è lei che pensa a costruire un ”oltre” fatto di mille stimoli, film, articoli di giornale, libri etc.; riesce a pescare fuori dai miei ragionamenti e quindi a permettere ai pensieri di acquisire nuova energia ed evolversi. Uno dei rischi del mio lavoro è quello di non uscire mai dai loop mentali e alla fine  arrotolarsi in ragionamenti sterili. La quotidianità non è semplice, confrontarci 24 ore al giorno solo fra di noi, soprattutto per loro. Il mio carattere non è docile e avermi tutto il tempo vicino può diventare complicato. Inoltre in questi giorni tutti insieme progettiamo un nuovo spazio di vita, l’idea di una casa possibile in cui avere spazi diversi e unici dove poter attendere le nuove ”pandemie” che non devono essere per forza negative, in fin dei conti l’etimologia è importante per cui forse ricordarci che pan-demos non  significa altro che ”tutta la popolazione” potrebbe essere utile. Ad oggi questo termine è utilizzato solo per determinare malattie altamente infettive in grado di diffondersi in tutto il pianeta, ma nulla ci vieta di immaginare pandemie estetiche, concettuali o attitudinali che potrebbero contagiarci magari con scenari più interessanti e costruttivi.

eugeniotibaldi.com

Commenti