Due punti e a capo - Interventi

”Un certo numero di cose”

Un certo numero di cose 1955 – 2019 è il titolo del libro – opera di Cesare Pietroiusti messo in scena, come sua prima mostra antologica, al MAMbo di Bologna e prossimo a debuttare al Madre di Napoli. Non ho visto la mostra ma ho letto il libro e, lo dico subito, l’ho molto apprezzato. Dalla foto in copertina (l’autore giovanissimo che gioca a scacchi con il padre) alle prime righe, il libro colpisce per quello che è: una autobiografica perforante. L’autore, con ”spregio del pericolo ed alto senso del dovere”, di fatto usa la sua vita per mettere in mostra una colossale performance, forse il genere che come artista più lo caratterizza, così intimistica e cruda da creare un coinvolgimento emotivo immediato. E lo fa per l’appunto senza curarsi dei rischi, ma anzi onorando fino in fondo il proprio ruolo di artista. Il percorso narrativo è caratterizzato dall’abbinamento di ciascun anno con eventi, oggetti, episodi, opere. Dal suo anno di nascita, il 1955, fino all’anno scorso. La citazione di prima sullo ”spregio del pericolo”, per esempio, è relativa al 1981. Già questo costrutto, apparentemente didascalico, mi è sembrato un modo molto efficace di assolvere l’intento retrospettivo. L’autore utilizza con profitto un lodevole conservatorismo fisico utilizzando ricordi e memorabilia per realizzare una retrospettiva che supera le consuete dimensioni artistiche. Pietroiusti ha guardato la sua anima e poi ha cercato e trovato nella sua memoria, nella sua stanzetta di gioventù ed in cantina tutto quello che serviva per esporre a se stesso e a noi, senza filtro alcuno, la parte più profonda ed intima della sua esistenza. Lo ha fatto con uno stile asciutto, con il linguaggio semplice dai pochi aggettivi che solo i colti sanno usare. Lo ha fatto senza filtri, donando a noi semplicemente il racconto documentato di quello che ha trovato nella sua retro ed introspezione. Anche il dolore, componente comune ad ogni vita, è rappresentato nella sua giusta banalità. Le difficoltà giovanili, con i primi amori, col disegno: tutto è soltanto accurata narrazione. Il dolore immenso che dovette provare per la drammatica morte della sua piccolissima figlia è poi narrato in poche tostissime righe. Così come, sul fronte dell’amore, il rapporto con la moglie, musa e critica, Carolyn Christov-Bakargiev, è definito in una succinta cronaca. Ma non è pudore, anzi. La forza di questo lavoro sta proprio nel coraggio della franchezza totale con il quale Pietroiusti espone il sé stesso uomo prima che il sé stesso artista. Quando parla del suo io, di suo padre, di sua madre, della sua famiglia, dei suoi amici esce il medico che è in lui. Il suo racconto descrive in qualche modo le patologie dell’animo suo, partendo proprio da un’analisi rigorosa degli episodi che hanno fatto da contrappunto alla sua esistenza.

Quando esibisce come oggetto relativo all’anno 1973, il libro edito da Longanesi di Friedrich Nietzsche ”Cosi parlò Zarathustra”, definendolo ”una rivelazione, come la scoperta di quanto può essere bello respirare, perché fa piazza pulita delle convenzioni”, Pietroiusti apre a tutti noi un pezzo essenziale del suo essere uomo ed artista. A pagina 62 di quel fatidico scritto Pietroiusti infatti sottolinea la seguente frase: ”Non il vostro peccato, no, è la vostra moderazione che grida vendetta al cielo, l’avarizia che conservate nei vostri stessi peccati! Dov’è il lampo che deve leccarvi con la sua lingua? La follia con cui dovete essere vaccinati?”. Un’indicazione precisa del percorso che negli anni avrebbe preso, anzi quasi una confessione. Infatti, aggiunge: ”Se c’è un’istanza, un’aria di follia e di libertà nel mio lavoro d’artista. È dovuta, prima di tutto, alla lettura di Nietzsche”.

E con lo stesso piglio Pietroiusti prosegue per tutto il racconto, che in questo gioco tra fatti ed oggetti spesso somiglia – come ho detto – molto di più ad una performance che ad un libro. La produzione artistica, narrata a partire dal 1977, è ricca di episodi che aiutano a capire non solo il percorso del protagonista e dei suoi amici e colleghi, ma anche quello dell’Italia lacerata e distratta, conservatrice e gruppettara, apatica e creativa degli anni 70 e 80. Anche in questo Pietroiusti è brillante: i suoi oggetti, i suoi episodi narrati con apparente noncuranza aiutano il lettore a voltarsi indietro. Leggendolo si è costretti a riguardare dentro il proprio vissuto e a farlo con la franchezza di chi scrive. Anche i ”pensieri inutili” degli anni 90 entrano in questo solco. Quelle cose che ”vengono in mente senza motivo apparente” fanno parte di un gioco fatto anche di scarti che però nel suo caso portano ai ”pensieri non funzionali” che sono alla base della sua composizione artistica e a quella di chiunque voglia condividerla. Gli spunti che Pietroiusti offre sono veramente tanti. Una ricchezza di sollecitazioni così ampia e variabile che fa di questo libro un’opera d’arte possente. All’anno 2010 scrive: ”La morte, nella nostra cultura, è un tema proibito, un tabù”. Ed è vero, si ha sempre paura a parlare della nostra fine. Invece Pietroiusti vi entra senza timore, e il lettore è costretto a farlo con lui: “Sarebbe importantissimo – scrive – riuscire di nuovo a parlare della morte, a pensare alla vita come ad un processo inevitabilmente e profondamente segnato dalla sua finitudine”. L’unione tra spirito e materia, letteralmente viscerale, porta quindi a “Comunione” un lavoro abbinato all’anno 2018 che chiude l’opera ma sospinge ineluttabilmente lo spirito del lettore ad andare oltre. Giunti alla fine quello che rimane del lavoro di Cesare Pietroiusti è infatti un desiderio di proseguire nell’introspezione. Il suo “certo numero di cose” ci spinge a ritrovare le nostre. A metterle belle in fila davanti ai nostri occhi e a rifletterci su. Con questo lavoro, centrato sulla memoria e sulla conoscenza, è come se ci avesse indicato un mezzo di ricerca socratica che poi ciascuno deve portate avanti a modo proprio, con gli strumenti che gli sono più consoni. Ed è proprio un bel lascito.

 

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