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La Terra artificiale

Oggetti, materia manipolata, cose costruite, fabbriche, edifici, apparecchi, macchine, reti digitali, estroflessioni e impianti cyborg, esseri umani che lavorano per montare questi artifici della mente e della tecnica. Interferenze. Hanno un nome: tecnosfera. «La Terra è avvolta da una fitta rete di dispositivi umani interconnessi e strutture costruite» afferma Peter K. Haff, il geologo che nel 2014 conia il termine con cui si identifica questa quantità elevata di cose artificiali e inquinanti disseminate nell’ambiente naturale. Ha un peso: si stimano circa 30 miliardi di miliardi di tonnellate di materia, già massa preesistente del pianeta, ma alterata. E Tecnosfera: l’uomo e il costruire è il tema della quarta edizione della Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro della Fondazione MAST, visitabile fino al 24 novembre. Come una costellazione, presenta una struttura esplosa: 10 mostre sono allestite ognuna in un museo o luogo storico del centro di Bologna; l’undicesima, Anthropocene, abita il MAST, dove resterà fino al 5 gennaio. Seguirne il percorso significa anche, allora, riscoprire la città stessa. La Biennale si fa così mappa di luoghi urbani, ma anche di geografie e fatti globali, perché la tecnosfera e il costruire sono fenomeni globali, ricucendo distanze attraverso la partecipazione di artisti provenienti dall’Italia, l’Europa l’Asia, l’Africa e gli Stati Uniti. Francesco Zanot, il direttore artistico, racconta che questa edizione procede su due binari: si tratta di una verifica di ciò che significa costruire e sullo stato del linguaggio utilizzato. Tecnosfera segue un «criterio di campionatura. Ciascuna mostra costituisce uno specifico approfondimento di un aspetto cruciale della sconfinata materia del costruire. A partire dalla tecnologia, si aprono così riflessioni che spaziano negli ambiti della filosofia, dell’antropologia, della storia, dell’economia, dell’etica e della politica». La manifestazione propone 435 fotografie, 16 proiezioni video e un film, e ogni mostra è disegnata comprendendo la natura dello spazio che la ospita.

I 13 artisti coinvolti attraversano la storia, dal ’900 a oggi; le opere alternano fotografie a video, proiezioni, fotografie trovate, dilatando il tipo di esperienza offerta. La rassegna può essere idealmente suddivisa in quattro macro-aree. Le fotografie di Albert Renger-Patzsch, André Kertész e Luigi Ghirri si concentrano sui processi di costruzione e trasformazione. Paesaggi della Ruhr di Renger-Patzsch, maestro dello stile fotografico oggettivo, è un archivio di fotografie che documentano il rapporto tra paesaggio e installazioni industriali della Ruhr negli anni ’20. In Tres/Vicose, curata da Matthieu Rivallin, i reportage di Kertész per gli stabilimenti Firestone e la fabbrica e il centro di ricerca dell’American Viscose, realizzati negli anni ’40, riflettono sull’interdipendenza fra essere umano e macchina. Prospettive industriali raccoglie le quattro serie realizzate da Ghirri tra il ’70 e l’80 per Ferrari, Costa Crociere, Bulgari e Marazzi. Sono incarichi commerciali nei quali il fotografo italiano si interroga sull’essenza delle cose e sulle modalità della loro rappresentazione. Lisetta Carmi, Armin Linke e Délio Jasse impostano un discorso sociale e politico. La mostra di Carmi, curata da Giovanni Battista Martini, espone due reportage che documentano e denunciano le condizioni dei lavoratori: i celebri scatti realizzati nel ’64 nel porto di Genova e la serie in gran parte inedita all’interno dello stabilimento siderurgico dell’Italsider. Prospecting Ocean (2016-2018) di Linke svela lo spazio costruito occultato alla vista, al centro di intrighi geopolitici che mettono in crisi l’equilibrio ecologico degli oceani. In mostra, a cura di Stefanie Hessler, una selezione di videoinstallazioni multicanale e di materiali storici e scientifici - fotografie, testi e pubblicazioni. Attraverso tre serie, Sem Valor (2019), Arquivo Urbano (2019) e Darkroom (2013), Jasse racconta la storia coloniale e di sfruttamento di Luanda, capitale dell’Angola, mostrando le reliquie architettoniche del passato recente. L’artista preleva immagini preesistenti dal proprio archivio e le modifica e le sovrappone, mettendo in discussione l’arbitrario rapporto tra documento e verità. David Claerbout e Yosuke Bandai riflettono sui resti del costruire. Claerbout con Olympia, una videoinstallazione a due canali, simula attraverso un complesso software di computer grafica la dissoluzione in tempo reale dell’Olympiastadion di Berlino nell’arco di mille anni. Iniziato nel 2016, il progetto recupera la teoria del ”valore delle rovine”: nella creazione dell’edificio è connaturata la sua stessa, inevitabile, sparizione. Olympia si farà opera collettiva: un altro artista ogni 25 anni la prenderà in mano per monitorare il compimento del suo ciclo distruttivo. Bandai in A Certain Collector B (2016) presenta una selezione di 70 fotografie di fragili sculture realizzate con rifiuti raccolti per strada. Effimere, polimateriche e multicolori, queste composizioni di materia artificiale e organica rappresentano un estremo gesto di riciclaggio. Riprodotte con uno scanner e poi presentate sotto forma di stampe fotografiche, sono indicatori minimi del bisogno di costruire, sono brandelli di altre cose, sono inutili. Le opere di Stephanie Syjuco e Matthieu Gafsou si proiettano nel futuro, mostrando la natura circolare e inarrestabile del costruire. Syjuco ripercorre e registra con Google Earth l’itinerario del cable car filmato dai Miles Brothers nel 1906 a San Francisco, quattro giorni prima del violentissimo terremoto. Le immagini prodotte dal software appaiono esplose, come in seguito a una violenta deflagrazione: nel film l’artista conserva infatti tutti gli errori, le distorsioni e le fratture generate dall’algoritmo. Spectral City rappresenta la trasformazione della città, colpita da un secondo cataclisma. H+, curata da David Le Breton, ospita l’ampio documentario fotografico di Gafsou, iniziato nel 2014, sul movimento del transumanesimo e la sua fascinazione per la tecnologia, da sfruttare al massimo per potenziare le performance fisiche e cognitive, fino all’immortalità. Così attraverso chip, protesi e ingegneria genetica la specie umana, dopo avere costruito tutto ciò che la circonda, costruisce se stessa. In ultimo, la mostra che ispira tutte le altre: Anthropocenea cura Sophie Hackett, Andrea Kunard e Urs Sthael. Al MAST le fotografie, i video e le installazioni di Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier mostrano, in un connubio tra arte e scienza, le alterazioni umane, le tracce indelebili sugli strati geologici del pianeta. 

Sul costruire, con tecniche e media diversi, gli artisti si interrogano; le opere sono dense e stratificate, danno accesso a informazioni scientifiche e geopolitiche preoccupanti e pongono domande che disturbano, inquietano, rendendoci coscienti di essere troppo vicini al margine, forse sull’orlo di un abisso. «Come in una delle tante parabole distopiche che occupano l’attuale rappresentazione del futuro, il genere umano prende coscienza della sua più maestosa costruzione nel momento in cui questa ne minaccia la fine» scrive Zanot. Tecnosfera: l’uomo e il costruire dà una visione dei danni che abbiamo arrecato compromettendo l’equilibrio del pianeta, ma tende anche la mano, nella speranza di un ravvedimento. L’arte ha una voce potente e come una lama, con fredda dolcezza, scivola nella nostra coscienza anestetizzata, e la risveglia.

Molte le iniziative collaterali che accompagnano le mostre: incontri con gli artisti e altri ospiti nazionali e internazionali, dibattiti, conferenze, letture, proiezioni, performance teatrali e musicali, Workshop del Giovedì dedicati agli studenti e visite guidate. La Biennale è visitabile fino al 24 novembre; Anthropocene fino al 5 gennaio, l’ingresso è sempre libero.

Info: www.fotoindustria.it

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