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Percezioni, immagini e nuove storie

Giuseppe Lana ci racconta del rapporto tra lui stesso e lo spazio, tra lui stesso e lo spazio in cui vive (inteso anche come ”territorio”). Da qualche anno è a Londra, ma per molto tempo ha vissuto in Sicilia dove è nato e dove ha co-fondato uno spazio indipendente, anche per residenze: BOCS. Perché, proprio nel guardare lo spazio, l’artista dedica una grande attenzione anche per gli altri. E le residenze sono tra le forme progettuali più importanti a questo proposito. Lana guarda a tutto quello che lo circonda, guarda soprattutto verso qualcosa (o qualcuno) che lo colpisce. Le ”origini” e l’autobiografia sono due componenti fondamentali della sua ricerca: situazioni, persone, e storie.

Ti ho conosciuto un po’ di tempo fa durante una residenza, poco fuori Roma. O forse non ti avrei conosciuto, chi lo sa! Incontrarti e parlare del tuo lavoro è stato comunque fondamentale per me. Per capirlo. Ripensandoci, e ripensandolo, credo che non sia per niente facile. Non è uno di quei lavori che si digeriscono subito. Niente di didascalico. Analisi. Luoghi. Soluzioni da trovare. Come se creassi nuove storie che, seppur fantastiche, hanno un legame forte con la storia. La tua ricerca snoda una tua antropologia soprattutto quando racconti del rapporto tra l’uomo e il territorio.

Anelli della stessa catena, ecco cosa siamo. Identità differenti, ma con una radice unica. Ho sempre ritenuto che tutto ciò che ci circonda e – che a sua volta – modella e dà corpo al nostro background è imprescindibile. Così come le attese si alimentano di eventi inaspettati, trovo interessante ascoltare e condividere le proprie idee, raccogliere i differenti punti di vista delle persone, anche se incontrate per caso. Credo che questa alchimia di incontri e di eventi fortuiti si ripercuota nelle nostre scelte che – arbitrariamente – dialogano con quelle altrui con un risultato imprevisto. Tutto questo si manifesta anche con ciò che produciamo e, personalmente, riconosco che nel mio lavoro spesso è possibile percepire questo gioco di forze contrastanti…

Tu inventi, crei trasformando, da quello che vedi in base a come senti uno spazio e vivi un (il) rapporto con altre persone. E nasce anche qualcosa di fantastico. Una nuova storia fluida, da un’identità precisa e con una buona componente estetica. Quasi sempre, direi. Come storie, le tue, non sono sciolte dal fattore “tempo”, argomento che affronti sia da un punto di vista concreto, sia da un punto di vista concettuale. Quanto è importante per te la sperimentazione, e quali metodi e linguaggi vorresti utilizzare ancora? Immagino ne esistano diversi, conoscendoti…

Molti dei miei lavori sono il risultato di lunghi processi di studio. Ad ogni progetto dedico il 99% del mio tempo per rielaborarlo e metabolizzarlo. La produzione ed esecuzione finale è solo l’1%. Il risultato formale dell’opera ha la sua importanza, ma la ricerca che la precede ha bisogno di essere formulata e riformulata. Riguarda il modo in cui voglio esprimermi e, conseguentemente, ciò che voglio dire. Ad esempio, oggi siamo completamente immersi nella digital-culture della comunicazione e dell’immagine. I social media hanno cambiato il modo di vedere e comunicare. Anche il modo di pensare, di analizzare o semplicemente di scattate una foto è ormai inevitabilmente compromesso. Questo flusso visivo può renderci pigri nell’atto dell’osservare con attenzione, poiché tutto è velocissimo, anche nella pratica artistica. Contrariamente, trascorro molto tempo a pensare all’analisi della situazione, all’articolazione dell’idea, di come voglio condividere quest’ultima e come poterla mostrare al pubblico. Solo alla fine di questi procedimenti realizzo il lavoro, con l’utilizzo di qualsiasi media, disegno, pittura, video, scultura o installazione non importa. Per me è importante come il mezzo aiuti a realizzare l’idea.

Penso a DRON (serie), quando ti parlo di ”invenzione” nel tuo lavoro. DRON, oltre a essere uno dei tuoi primi lavori (2009) è anche un lavoro abbastanza ”avanti”. Un lavoro di ”deformazione”, partendo dal concetto di ”tempo” e del suo essere assolutamente fuori da ogni previsione. Una tra le opere della serie era una bussola, un oggetto metaforico, come molti dei tuoi. Come è arrivato ”DRON” e, in genere, come arrivano ”i tuoi oggetti”.

DRON project contiene al suo interno differenti interventi, un’articolata architettura di linguaggi che dialogano tra loro, codificandosi. Questo processo di lavoro mi ha permesso di spostare la mia attenzione al di fuori di strutture convenzionali. DRON è come un archivio che raccoglie personali punti di vista, ma quando si indaga in questo ambito è facile che il lavoro possa diventare prolisso. Ecco perché generalmente, quando inizio un lavoro, e per tutta la durata del suo sviluppo, cerco di evitare che questo si alimenti di soluzioni retoriche o che possa intraprendere scorciatoie formali legate solo all’orientamento trend del momento. Tento di produrre idee il più possibile schiette, lontane da un linguaggio politicamente corretto.

Zweisamkeit” è un lavoro dell’anno scorso e racconta il rapporto tra l’uomo e la macchina, uno spazio privato e personale. Faccio spesso caso alle macchine, non al modello o alla carrozzeria, ma a come sono dentro. Perché sono degli altri spazi che abitiamo, delle altre case. La macchina dice molto del suo proprietario e del paese in cui vive, se guardiamo tutto da una prospettiva più ampia…

Parlare di questo progetto è complicato, così come cercare la corretta traduzione del titolo stesso. Zweisamkeit è il proseguimento di uno studio effettuato in questi ultimi anni nel rapporto tra uomo e macchina, economia e sviluppo culturale. In particolare questa analisi riguarda l’automobile come oggetto e simbolo appartenente alla cultura popolare, una combinazione di identità e di progresso tecnologico. Al giorno d’oggi, l’auto può essere vista come un prolungamento del corpo umano, uno spazio personale privato. Tuttavia, la sua matrice appare spesso come riflesso economico e sociale, basti pensare alla quantità di pubblicità che ci fanno desiderare questo oggetto come mezzo di trasporto e di lavoro per alcuni e/o status symbol per altri. Negli ultimi decenni in Europa, l’economia dell’automobile ha avuto una posizione di privilegio come simbolo di eccellenza della Germania, testimonianza di prodezza e di ingegneria con case automobilistiche fra le migliori al mondo. Molte di queste case automobilistiche tedesche le ritroviamo anche ”in veste” di auto blu destinate ai politici. Per questa indagine ho tenuto in considerazione il ruolo e la storia di due nazioni all’interno della Comunità Europea: la Germania  e la Grecia. La prima come potente leader dell’UE e la seconda poiché coinvolta in una crisi senza precedenti. Se per la Germania ho scelto l’automobile, per la Grecia ho scelto il Partenone, senza dubbio il simbolo per eccellenza dell’antica Grecia, del potere culturale e sociale legato alla storia, di una forza politica ed economica di un glorioso passato. In Zweisamkeit ho sostituito le rovine di marmo del Partenone con delle auto tedesche, realizzando così un ”fregio contemporaneo”. Non rovine di prestigiosi marmi, ma carcasse di automobili. L’installazione vuole essere uno ”spotlight” su un passaggio storico delicato, che cristallizza delle vetture tedesche, da simbolo di potere a rovine. Cinque automobili diventano testimonianza e metafora di un’economica e di un potere politico che potrebbe cambiare la sua posizione da leader a fanalino di coda, così come è accaduto alla Grecia, cambiando ancora una volta le sorti culturali e sociali di una nuova ”geopolitica”.

Il tuo rapporto con il ”Vulcano” esiste. Come fai vedere in Overlooked (2016). Di quest’opera mi piace quello che fa venire fuori. Che fa venire fuori da noi, se ci fermiano a riflettere sulla percezione di un luogo: ciò che è e ciò che sappiamo, o crediamo di sapere su di esso. Ciò che credevi di sapere su Londra prima di andarci a vivere, e ciò che sai adesso. Da Overlooked alle tue ultime percezioni. 

Decodificare un luogo è un esperienza immersiva inesauribile, ma in qualsiasi contesto ci si trovi, si rimane semplicemente un’interprete.

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