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Biennolo, la ”quartierale”

Inaugura il 17 maggio un nuovo evento espositivo a Milano, una nuova e ”quartierale”, dice il suo curatore Carlo Vanoni, biennale nel quartiere a nord di Loreto, cioè a Nolo. Cade esattamente venerdi 17 il giorno d’apertura, senza che questo abbia creato alcuna remora nel team curatoriale. Anzi gli organizzatori hanno preso questa cadenza proprio sul serio, dedicando alla fobia il tema della manifestazione e dandogli il titolo di eptacaidecafobia, ovvero fobia del numero 17. Si comincia così, giocando con una parola strana che sembra inventata e così si continua. L’evento nato dall’idea di Carlo Vanoni, si chiama BienNolo, un neologismo ironico ma che garantisce, come dire, la provenienza. BienNolo, la Biennale a Nolo che apre la sua prima edizione a fine maggio nello spazio ampio e dèlabré dell’ex industria dei panettoni Cova attiva fino al 2012. Chiamare un nuovo evento oggi in Italia Biennale poteva apparire un atto velleitario. La Biennale è per antonomasia il grande evento nato a Venezia nel 1895 e nel tempo si è confermato il suo successo e la sua unicità tanto da diventare l’archetipo stesso della manifestazione. Attira da sempre moltissimi visitatori, eccellenti artisti e curatori, insomma numeri e nomi da capogiro. Per questo Vanoni ha affrontato la sua idea con due sentimenti diversi e non in conflitto. Ha lasciato fluire una buona dose di coraggio nel progettare una Biennale, per di più a Milano oggi centro delle influenze artistiche contemporanee, mentre ha poi giocato di delicatezza ed ironia coniando il nome di Biennolo, per non contrapporsi seccamente a qualcosa di troppo più grande. Nolo è il nuovo quartiere milanese da poco riconosciuto a livello amministrativo e definito così sulla scia del quartiere Soho, ovvero come NOrd LOreto. Abbiamo incontrato il suo curatore in un caffè del quartiere e ci siamo annotati il suo racconto.

Dal 17 maggio aprirà nel quartiere di Nolo la tua Biennolo, parlaci della genesi di questa manifestazione, come è nata l’idea. «Mi ero trasferito da qualche tempo a Milano, una città che ho sempre amato molto. Iniziando a vivere in una città nuova bisogna iniziare ad ambientarsi, conoscere, cercare e prendere qualcosa che fa al proprio caso sia a livello sociale che culturale…. Allora ho deciso di fare un ragionamento inverso e cioè invece di cercare qualcosa o qualcuno adatto a me, ho pensato di dare ed offrire io a questa città, in particolare a questo quartiere, qualcosa e qualcuno. Ed ecco che girando per le strade di questo abitato, ho pensato che questo luogo, questo spaccato di Milano oggi in espansione e con un passato industriale potesse avere i numeri giusti per un grande momento espositivo. È un quartiere che cresce, è giovane e multietnico, ha dei spazi industriali da riutilizzare e valorizzare…è perfetto per una Biennale, anzi per una BienNolo».

Qual è stata la parte più difficile nel pianificare questo evento? «Più difficile non direi, ma sicuramente fondamentale è stato, appena messa a fuoco l’idea, procurarsi il finanziamento adeguato. Ho parlato con diverse persone che stimo e che lavorano nell’arte e mi hanno immediatamente sostenuto. Ma il problema era trovare un sostegno economico e ho trovato nella società Reti di Bruno Paneghini a Busto Arsizio un grande alleato ATG Trasporti di Pasquale Giordano della provincia di Napoli».

Parlami del team di Biennolo, chi e quanti siete. «Siamo in quattro, una squadra che avuto da subito l’entusiasmo di mettere in campo le proprie energie. Io e Matteo Bergamini, giornalista d’arte, ArtCityLab nelle persone di Rossana Ciocca e Gianni Romano che hanno condiviso le scelte curatoriali per Biennolo».

Quali sono queste scelte studiate unicamente per Biennolo? «Abbiamo scelto i locali negli spazi grandissimi dell’ex Fabbrica di Panettoni Cova, ormai lasciati inattivi da tempo e davvero per me è un luogo bellissimo. Là la natura ha ripreso piano piano il suo spazio, dunque piante più e meno grandi con tanto di radici che hanno spaccato la pavimentazione sono le presenze che oggi ci troviamo dentro. Un ambiente talmente délabré da risultare tanto inusuale quanto romantico…e poi la decisione di non servirsi dell’elettricità dunque opere illuminate con la luce naturale che ben si adatta all’atmosfera della fabbrica e di conseguenza un orario solo diurno dalle 12.00 alle 20.00 circa».

Dammi almeno un aggettivo che sia esaustivo per Biennolo. «Quartierale…si. Per adesso mi piace che funzioni bene e aderisca perfettamente alle forze messe in campo e che valorizzi il quartiere che lo ospita».

Che artisti saranno presenti a Biennolo? Cosa pensi dei giovani artisti di oggi? «Per buona parte sono artisti giovani anche se non strettamente anagrafico e sono trenta circa. Devo dire che gli artisti della scena attuale contemporanea hanno, o sembrano possedere, una buona coscienza di se stessi, non si guardano indietro con nostalgia, hanno la consapevolezza che molti traguardi sono stati già raggiunti, ma tendono a traguardare i loro obiettivi e sogni, con l’entusiasmo tutto giovanile di gettare il cuore oltre la siepe. Devo dire che hanno anche l’umiltà giusta nel percorrere la propria strada e gavetta, per cui ci tengo già da qui a ringraziare uno per uno tutti gli artisti che saranno a Biennolo e che espongono a spese proprie».

Che spazio ha oggi l’arte nella vita delle persone? «È un problema di frequentazione. Prima fino agli anni ‘50 l’arte la si frequentava e gli artisti erano seguiti alle manifestazioni e mostre, come appunto proprio la Biennale veneziana. Firmavano autografi, erano seguiti, chiaccherati e ‘frequentati’. Dopo con l’avvento di televisione, poi Internet si è scollegato il rapporto diretto tra artisti, arte e pubblico. Nel mio libro cerco di spiegare che l’arte esiste ovviamente sempre, ma che è come nascosta, o meglio letteralmente ‘coperta’ e va ritrovata. Faccio l’esempio del gioco delle matrioske russe e metto in paragone l’arte e questo oggetto dicendo che l’arte è l’ultima bambola detta ‘seme’, quella non scomponibile. Tutte quelle che la contengono, e dunque la ‘nascondono’ sono le cose che bene conosciamo e ci hanno distratto in qualche modo dall’arte a tu per tu… prima il cinema, poi la televisione, poi Internet in modi e tempi chiaramente diversi per intensità e durata».

Dunque manca per contingenze epocali la frequentazione, ma probabilmente il tuo mestiere dimostra che un desiderio di conoscere e comprendere l’arte è fortemente in atto? «Sì per fortuna, io sono …. diciamo un traduttore, ovvero faccio il traduttore di linguaggi».

In che senso? A guardare ciò che fai come scrivere libri, portare l’arte in teatro, tenere cicli di lezioni e fare il divulgatore d’arte anche sui social mi sembra un nuovo e fantastico mestiere? «Sì è vero. Tento di tradurre i diversi linguaggi che l’arte ha prodotto nel corso del tempo con la conseguenza di aiutare a comprendere un’opera o un gruppo di opere. Sostanzialmente rispetto l’etimologia del termine ‘tradurre’, cioè ‘conduco le persone attraverso’ i vari momenti della storia dell’arte.Può capitare che conduca le persone durante le mie lezioni dalle opere di De Chirico fino ad artisti molto più recenti e anche lontani nello spazio, ma che ritengo figli del propriop tempo come è tutta l’arte. Per esempio Felix Gonzales-Torres».

Che tu ami profondamente mi sembra di capire e hai spiegato mirabilmente tante sue opere nei tuoi spettacoli…nominami altri due artisti che ami e che vorresti portarti a Biennolo? «Oltre Felix Gonzales-Torres, potrei aggiungere Tiziano…l’ltimo Tiziano quello della Punizione di Marsia e poi un mirabile ed abilissimo Giovanni Serpotta, ingiustamente considerato più un decoratore proprio nell’accezione artigianale, che un artista a tutto tondo».

Per tante persone che pur amano l’arte, la comprensione dell’arte contemporanea risulta un po’ problematica, anzi molto….. perché la gente si sente presa in giro. Che cosa fa creder che Fontana possa essere un falso artista o peggio un impostore e Caravaggio un mito assoluto? «La risposta fondamentale e che ancora oggi di confonde l’arte con il saper fare, ovvero l’arte con la tecnica. Per cui piazzare un quantitativo di caramelle in un angolo e caricarle di significati e dinamiche, non è ritenuto pari e di ugual merito che saper dipingere un angelo o la figura della Madonna. E questo è il punto primo. Torna poi il problema della scarsa frequentazione dell’arte e dunque si perdono le chiavi della comprensione. Figlio di questa dinamica è il fatto di riferirsi all’arte come ad una cosa del passato, con un verbo coniugato al passato. L’arte è figlia del suo tempo, nel senso che è partorita da una madre che l’epoca in cui nasce e da un padre che l’artista che la plasma».

Tra qualche giorno esce in libreria il tuo nuovo libro? «A piedi nudi nell’arte. Si chiama così, sono contento di questo risultato. Si tratto di un racconto in cui tutti noi possiamo identificarsi come può essere un giro per le strade di una città che fanno da ‘finestra’, pretesto e stimolo per ricordare e parlare di un artista o di un quadro. Non era scontato per me riuscire a realizzare uno scritto che fosse a metà tra saggio e racconto per eludere una volta ogni tanto i clichè della critica d’arte che un po’ stancano, un po’ finiscono per interessare solo gli addetti ai lavori. Per cui offrire una sorta di mappa cognitiva artistica, in questo caso mia, un percorso pretestuoso un itinerario come una camminata in una città che si vuole e che riesca ad essere il prodromo giusto per raccontare amabilmente di arte e artisti era una cosa che mi piaceva. Ho lavorato cinque mesi intensamente, per 250 pagine. Il libro esce con la casa editrice Solferino e mi ha reso molto felice».

Dal 17 maggio
Info: https://www.biennolo.org/it/ 

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