RAM radioartemobile, galleria, radio, archivio. Una conversazione con Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier

Dall'apertura della galleria negli anni '70 all'incontro con Dora, e poi le ricerche sul suono, l'archivio. Storia di RAM e degli artisti che vi hanno gravitato intorno

A Roma, al secondo piano di un edificio nel cuore del quartiere Esquilino, si cela la sede di RAM radioartemobile, progetto nato nel 2000 dalla volontà di Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier. Questa è solo una delle tante attività che hanno portato avanti in questi anni i due galleristi, dopo il loro incontro nel 1977. Prima di allora, Mario Pieroni aveva iniziato l’attività in ambito artistico nel 1970 a Pescara, con l’azienda di famiglia che si occupava di arredamento e antiquariato, grazie alla quale iniziò a produrre mobili d’artista, come i mobili e gli arazzi dai modelli di Giacomo Balla. In quegli stessi anni, insieme a Getulio Alviani e Ettore Spalletti, dà vita a Dal mondo delle idee.

MP: «L’idea era quella di invitare gli artisti a creare grandi prototipi di arredi d’arte, per realizzare spazi artistici in cui era possibile vivere, un discorso allora prematuro, che però è stato il punto d’inizio per la successiva creazione della Galleria Pieroni, all’interno di quello che era stato il Bagno Borbonico, sempre a Pescara».

La prima mostra realizzata è stata quella di Luciano Fabro, a cui è seguita quella di Jannis Kounellis, Ettore Spalletti, Mario Merz, Francesco Lo Savio e Vettor Pisani. L’idea era farne un museo a tutti gli effetti, ma per varie problematiche questo non avvenne. A questo periodo risale l’incontro di Mario Pieroni con Dora Stiefelmeier, sociologa all’epoca impegnata come redattrice in una rivista femminista a Roma, con la quale il gallerista decide di aprire la Galleria Pieroni a Roma nel gennaio del 1979, dopo aver chiuso lo spazio a Pescara. La prima mostra fu una collettiva di De Dominicis, Kounellis e Spalletti.

Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier in ascolto dell’audio delle registrazioni di tutte le parole che gli spettatori pronunciarono alla prima retrospettiva di Alberto Garutti (al PAC, Milano 2012) nella sale del Museo Chini di Borgo San Lorenzo (FI) per la mostra di Alberto Garutti, Credo di ricordare, ottobre 2022. Foto di Bujar Sali

MP: «Come si può notare, gli artisti con i quali abbiamo collaborato sono più o meno sempre gli stessi, questo li ha resi i nostri compagni di viaggio. Rispecchiano la nostra mentalità e visione. Essi divengono il nostro mondo, la nostra famiglia artistica, con la quale abbiamo un rapporto di vita e relazione. Come in ogni famiglia si discute, ci si può trovare in accordo o in disaccordo, ma è il nostro mondo, non è una strategia da utilizzare, è qualcosa di più».

La Galleria Pieroni si apre poi agli artisti stranieri, primo fra tutti Gerhard Richter, il quale ha aperto le porte ai tedeschi, a cui sono seguiti svizzeri, austriaci, belgi e tra gli italiani inizia il sodalizio, che va avanti ancora oggi, con Michelangelo Pistoletto. Nel 1992 i coniugi Pieroni decidono di chiudere la Galleria Pieroni, la quale da sempre luogo d’incontro, non era in linea con i cambiamenti nel mondo dell’arte, che guardava sempre più al mercato e all’aspetto economico. Non volendo fare un’attività prettamente commerciale, Mario e Dora decidono di fondare l’Associazione per l’Arte Contemporanea Zerynthia, così da non perdere la loro identità ma allo stesso tempo poter collaborare con enti pubblici e musei, partecipare a bandi italiani e stranieri, continuando a coinvolgere artisti di tutte le età e Paesi.

MP: «Sono sempre gli artisti che ci spingono a fare le cose, noi sentiamo le idee degli artisti. Non si deve vivere la frustrazione di dire “io, io”, ma “lui, lui”, cioè ascoltare l’artista che ti dà l’impulso, che ti dà la visione. L’artista ti crea una prospettiva, con il suo lavoro e il suo linguaggio, diversa, che tu non vedi mentre lui dalla sua angolazione, te la mostra. Lo avverti come necessità di seguire il taglio che ti dà. Anche per No Man’s Land è stato così: Yona Friedman, architetto visionario delle utopie realizzabili, ci ha dato l’idea e ci ha spinto a creare la fondazione, dandoci questo indirizzo che noi stiamo portando avanti». 

No Man’s Land è un progetto di sviluppo del territorio, che prende il nome dall’omonima installazione site specific realizzata nel 2016 da Friedman con Jean-Baptiste Decavèle che copre oltre due ettari di terreno. La Fondazione presenta ogni anno una nuova installazione permanente, che si va ad unire a quelle precedenti, fondendosi tra loro e tutte vengono assorbite dalla natura.

Barbara Nardacchione, Dora Stiefelmeier e Mario Pieroni dentro La Cité des Réfugiés, 2018-22, di Yona Friedman alla Fondazione No Man’s Land. Foto di Jean Baptiste Decavèle

DS: «Questo è un aspetto fondamentale della fondazione, così come la possibilità di accedere al terreno sempre, giorno e notte, senza pagare un biglietto d’ingresso, senza sorveglianza alcuna».

MP: «La cosa straordinaria è che dopo cinque anni nessuno ha danneggiato le opere presenti. C’è stato, e c’è ancora, un grande rispetto per i lavori esposti. Le persone sono molto meglio di quanto pensiamo, se tu dai loro un messaggio, un progetto, essi lo recepiscono e percepiscono che è un qualcosa che accresce loro stessi e allora non lo danneggiano, ma lo proteggono. Persone che noi non conosciamo vanno lì ad ascoltare, a stare tra loro, a parlare, ad ammirare le opere nel rispetto del luogo».

Molte delle opere realizzate per No Man’s Land sono legate al suono. 

MP: «Il suono è una nostra costante. Fin dal ’95, anno in cui abbiamo realizzato il progetto Sinfonia Specchiante, un concerto eseguito in contemporanea in quattro luoghi diversi, Paliano, Pescara, Monaco e Londra, in cui le diverse orchestre eseguivano la partitura di Carlo Crivelli ed erano presenti dei lavori di Michelangelo Pistoletto. Era un unico concerto con gli elementi suddivisi tra le città. Il tutto realizzato con delle cuffie e al telefono, non essendoci internet. L’idea che ci ha affascinato è stata la possibilità di collegare luoghi diversi realizzando attività in contemporanea, facendo comunicare artisti tra loro distanti. Il suono è possibile in ogni luogo, è un volume che riempie qualsiasi spazio, permette di dare vita e vitalità anche ai luoghi abbandonati e dimenticati».

DS: «Vorrei sottolineare una cosa. L’arte ha un rapporto con lo spazio, il quadro risucchia lo spazio, la scultura si mette in relazione con lo spazio, l’installazione cerca di attraversarlo. Il suono aderisce allo spazio. E questa è la cosa che ci ha intrigato. Il suono non ha bisogno di niente: spazi vuoti, restaurati, non restaurati, fabbriche, castelli. Ovunque si inserisce il suono, questo troverà il modo di interagire e inserirsi nello spazio. Questo è stato ciò che ci ha sempre interessato da un punto di vista concettuale».

L’idea della radio nasce, su proposta di Federico Fusj, dal desiderio di unire e far dialogare i lavori di artisti tra loro distanti.

DS: «Fusj ci ha trasmesso la passione per la radio, noi eravamo totalmente digiuni, ignoranti in materia. Dopo esserci informati, abbiamo deciso di lasciar stare la possibilità di acquistare una frequenza radio, sia per le lunghe procedure burocratiche che per i costi elevati. Il caso volle che in quel periodo fosse emanato un bando europeo, Azioni Innovative nell’Arte, al quale abbiamo partecipato e vinto con Zerynthia. L’idea era collegare i diversi Paesi partner del progetto, per farlo abbiamo creato una postazione radio, un computer che pesava 25kg, collegato a un server. Per muovere un oggetto così pesante abbiamo preso un camioncino, una Nissan Serena appartenente a Fusj, entusiasta dell’idea della radio. Nel pulmino era sempre presente un tecnico e un artista o un curatore. È così che è nata RAM radioartemobile: la radio è divenuta una passione, l’arte come contenuto e la mobilità come strategia, infatti l’abbiamo conservata al di là della presenza del pulmino, che è venuto meno negli anni».

L’esperienza radiofonica ha portato alla scoperta dell’universo del suono e della Sound art, tanto che nel 2005 RAM si distacca da Zerynthia e segue una strada autonoma, come spazio espositivo in cui il suono è sempre presente.

DS: «Quando cominci un discorso audio, è chiaro che il suono vi entra a far parte. Per noi che venivamo dalle arti visive è stata una grande scoperta che ci ha molto affascinato. Ma non eravamo soli, perché c’era Lorenzo Benedetti che era a Roma, Cesare Pietroiusti che era a New York e Riccardo Giagni che ci aiutava dal punto di vista musicale, perché chiaramente c’è una differenza tra dimensione musicale e ricerca sonora, sono due cose che possono confinare, ma sono molto diverse. E lì, parlando insieme, è nato il SAM-Sound Art Museum, archivio di arte sonora in constante crescita dal 2005, consultabile da tutti». 

MP: «Per il manifesto di RAM mi sono rivolto a Mario Merz, il quale era a Roma per la sua mostra ai Fori Imperiali. Gli portai una stampa sulla quale era presente l’immagine di un microfono, e lui vi disegnò sopra la sua spirale: l’idea del suono che va, si espande, concetti in linea con la poetica di Merz».

Nel 2007 i coniugi hanno creato una radio streaming online, in quegli anni qualcosa d’inusuale, tanto che è stata tra le prime realtà a parlare di arte sul web. Con lo scoppio della pandemia da Covid-19 hanno deciso di mettere fine a questa attività, dedicandosi ai podcast.

DS: «La prima cosa che abbiamo fatto con l’inizio del lockdown è stato interrompere lo streaming radio perché tutto era divenuto un unico streaming, vi era un’overdose di questa attività. Abbiamo ritenuto giusto cercare altre strade e modalità di fruizione differenti».

Dora Stiefelmeier alla Fondazione No Man’s Land con l’installazione di Donatella Spaziani, La voce dei poeti, 2020. Foto di Gino Di Paolo

Durante i mesi di chiusura totale, in cui non ci si poteva incontrare e stare insieme, sono state penalizzate le espressioni artistiche fisiche e visive, ma non il suono, forma d’arte preparata a questa situazione. Infatti i galleristi hanno continuato a realizzare progetti sonori anche durante il lockdown, come il Weekly, in cui sono stati coinvolti artisti sonori o visivi che però lavoravano anche con il suono.

 MP: «La tecnologia ha dato oggi la possibilità di collegare luoghi e persone molto distanti tra loro, sia con la voce che con il video, ed è questo il concetto da cui siamo partiti: essere ovunque e in ogni luogo, creare un network tra artisti, amanti dell’arte, studenti e giovani. Questa è l’idea con cui è nata la nostra radio. Inoltre l’audio permette di ascoltare le voci di chi non c’è più tenendoli sempre in vita, poiché la voce è vita, permette di pensare all’immortalità. Non c’è più scomparsa, ma una costante presenza. Ed è anche questo che ci ha spinto a creare MPDS».

MPDS è un audio archive, che ha unito insieme tutti gli archivi Pieroni, dalla Galleria Pieroni ad oggi, passando per le interviste agli artisti e le tavole rotonde, il tutto accessibile a tutti, accedendo al sito web www.mpdsaudioarchive.org, contenente migliaia di file audio.

DS: «Questa è stata l’operazione più importante che abbiamo fatto negli ultimi mesi e lo abbiamo donato all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove l’archivio ha una stanza dedicata chiamata SoloSuonocon una installazione di H.H.Lim, all’interno della quale si svolgono eventi e iniziative. L’idea della donazione all’Accademia nasce dal desiderio che venga consultato dai giovani, indispensabili affinché un archivio abbia senso, e con l’augurio che loro lo accrescano insieme a noi. Vogliamo che l’archivio sia vivo».  

Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier con Michelangelo e Maria Pistoletto a Lubiana per la mostra Fourth Generation – Michelangelo Pistoletto a Cukrarna, 29 settembre 2022. Foto di Alessandro Lacirasella

MP: «C’è sempre questo aspetto che ci preme in ogni nostra iniziativa. Mettere tutto a disposizione di tutti, perché l’arte è un dono che l’artista fa per il mondo. Non te ne puoi appropriare, non puoi dire che qualcosa è “mio”, soprattutto oggi che l’arte è diventata questo grande business, riduce l’essenza dell’arte. L’arte è nutrimento che ti dà la possibilità poi di continuare a vivere sempre. Questo bisogna farlo sentire anche ai giovani, oggi siamo molto vicini a loro, siamo rivolti a loro. Puntiamo ad abbattere le barriere generazionali e a far entrare in comunicazione realtà differenti, cosi da accrescere sé stessi e l’altro vicendevolmente».

DS: «E poi c’è anche un altro elemento che credo ci caratterizzi. Credo che ogni volta, in ogni luogo in cui siamo, creiamo convivialità tra gli artisti, tra noi e le persone del luogo. Ritengo sia questa un’altra costante presente in tutto quello che abbiamo fatto attraverso le nostre varie organizzazioni».