Personaggi

Julian Rosefeldt

Borsista 2018-19 all’Accademia Tedesca di Roma – Villa Massimo, Julian Rosefeldt è un artista visivo che si muove tra il linguaggio filmico, narrativo e la video installazione. Durante il suo periodo di residenza in Italia ha realizzato l’intervento La parola è sempre l’avanguardia dell’azione (monumento equestre) per la mostra Conversation Piece – Part V alla Fondazione Memmo di Roma, curata da Marcello Smarrelli. In questo lavoro, Rosefeldt riprende la tradizione del monumento equestre italiano e fa indossare a quattro cavalli le tradizionali vesti medievali nelle cui trame sono impressi alcuni brani della Costituzione Italiana. I cavalli hanno ripercorso alcuni dei luoghi più significativi per l’identità nazionale di Roma per poi raggiungere gli spazi della Fondazione. L’opera mette in evidenza il forte contrasto tra i valori espressi nel testo istituzionale e che dovrebbero essere ormai socialmente condivisi e lo stato attuale del Paese con le sue contraddizioni. Un altro importante lavoro dell’artista del 2015, Manifesto è invece al centro della personale che Palazzo delle Esposizioni di Roma ospita fino al 22 aprile. Si tratta di un’installazione video in collaborazione con la celebre attrice Cate Blanchett, vincitrice di due premi Oscar, che recita in un modo camaleontico brani di manifesti d’artista di varie epoche. 

Hai dichiarato che la Costituzione Italiana è un testo bellissimo, vuoi spiegarci meglio il perché? «Ho letto la Costituzione prima di essere invitato alla Fondazione Memmo per Conversation Piece, spinto dalla curiosità e sapendo che sarei stato residente all’Accademia Tedesca per dieci mesi. Ho diversi dubbi sulla politica attuale dell’Italia. Mi incuriosiva capire come i valori alla base della Costituzione, qualcosa che si fonda su una storia complessa e per la quale si è combattuto, vengano costantemente messi in discussione dalla propaganda populista. Ad esempio quando sei perseguitato nel tuo paese e sei costretto a fuggire, l’asilo è un tuo diritto, contenuto nella Costituzione di molti paesi, così come quello di professare la propria religione, e lo stato deve garantire questa libertà. Ci sono anche dei diritti molto semplici come quello per gli uomini e le donne di essere pagati allo stesso modo. I governi populisti giocano una partita molto pericolosa, lo possiamo osservare in Ungheria, con la Brexit in Inghilterra o in Brasile e attualmente anche in Italia: quello che fanno in sostanza è vendere paura, l’unico prodotto su cui fondano le proprie politiche». 

Si parla spesso di come l’arte possa incarnare un atto politico e di come l’accezione politica dell’arte sia una dimensione a sé. Nel testo che accompagna la mostra il riferimento alla politica dominante mi sembra piuttosto esplicito. Credi che in questo momento il rapporto tra le due sfere debba essere più diretto? «Generalmente penso che il mondo dell’arte abbia il problema di essere isolato. Il più delle volte alle mostre si parla con persone che non hanno bisogno di essere persuase e che, anzi, condividono lo stesso punto di vista. Il problema difficile da risolvere è di come raggiungere i decision maker del mondo politico. Quello che desidero è riuscire a evadere da quella che chiamo la prigione del white cube. Ad esempio, nel caso di Manifesto, sicuramente la reputazione di Cate Blanchett ha consentito di avvicinare un pubblico che normalmente non si interessa ai manifesti degli artisti. Nel caso specifico della Fondazione Memmo ho pensato che potesse essere interessante non lavorare esclusivamente con il linguaggio poetico ed estetico dell’arte ma che l’operazione andasse accompagnata da un testo molto esplicito». 

Nei tuoi lavori ti sei spesso occupato della mitologia dell’identità di Nazione, in che modo la stai esplorando per quello che riguarda l’Italia. «Non mi posso permettere di rispondere a questa domanda perché sono lontano dal capire il caso italiano. Mi sono occupato molto della costruzione di un’identità nazionale tedesca. Invece nel caso dell’installazione American Night (2009) ho lavorato sul contrasto tra il mito della fondazione degli Stati Uniti e la situazione attuale. Questi aspetti fanno spesso parte del mio lavoro, ho bisogno di lavorare su qualcosa che ignoro ancora e che il lavoro mi fa capire. Con questa curiosità mi sono approcciato in American Night al tema del cinema western di cui prima non ero un grande conoscitore. Con l’Italia ho una relazione molto lunga perché sono nato a Monaco, una delle città tedesche maggiormente influenzata dall’Italia, molti dicono che è come se fosse una città del nord Italia, ma forse sono solo i tedeschi a dirlo. Da quando ero piccolo ho avuto una relazione costante con questo paese, ho vissuto le sue diverse fasi politiche, gli anni caotici in cui si cambiava presidente tre volte all’anno, il berlusconismo, la fase attuale. La politica italiana degli ultimi decenni è davvero complicata da definire». 

Monumento e Manifesto fanno pensare a qualcosa che resta fisso nel tempo: immagine e parola scolpiti. In opposizione poi c’è il contesto. È un tuo preciso metodo di lavoro quello di decontestualizzare la parola? «Non sempre, ma è da ormai quasi dieci anni che lavoro con testi prelevati da altri contesti. Penso che molte volte questi scritti, specialmente quelli più importanti e conosciuti, siano connotati da molti livelli di interpretazione. Il contesto toglie loro parte dello spirito originale, della freschezza legata al pensiero di chi li ha composti. La storia ha dato loro un peso che forse originariamente non avevano. Nel caso dei manifesti, si trattava di un pensiero spontaneo e poetico. Mi piace lavorare come un archeologo contemporaneo per riscoprire questo nucleo originale del pensiero. Uno dei metodi per liberarsi del peso di questo contesto è quello di riproporre i manifesti in un universo enigmatico dove lo spettatore viene automaticamente chiamato a riflettere sul senso della parola. Ad esempio vedo una donna in una scuola, una dimensione rassicurante e che conosco, che legge un testo di cui magari riconosco solo alcuni passaggi e mi viene spontaneo chiedermi cosa sto ascoltando». 

In una recente intervista facevi notare come molti di questi manifesti fossero scritti da giovani autori. «Sì, molte volte lo dimentichiamo, è importante rendersene conto perché siamo abituati a guardare queste opere come dei monumenti della storia dell’arte perché poi i loro autori sono diventati famosissimi. A volte gli stessi artisti hanno scritto i loro manifesti quando ancora il contenuto delle loro opere non esisteva. Vedo infatti il manifesto anche come un gesto di insicurezza. Se ci pensi in ognuno di questi testi il linguaggio è fortemente assertivo: ”Vogliamo questo, vogliamo quello”, ma sappiamo bene che quando si è giovani non si è veramente sicuri di cosa si è e di cosa si vuole. Lo stai proclamando a te stesso piuttosto che agli altri».

Come mai adesso non si scrivono più manifesti? «Si scrivono ancora, o meglio negli ultimi dieci anni abbiamo assistito un declino di questa pratica che ha a che fare con la massificazione dei testi in generale. Internet, le riviste, i social network permettono oggi all’artista di comunicare in molti modi. Non si sente più il manifesto come una necessità. Oggi è il populismo a usare un linguaggio simile a quello dei manifesti, con frasi semplici e feroci ma la differenza non potrebbe essere più grande: manca totalmente la forza ispirativa che ha guidato gli artisti nello scrivere. Quei testi ancora oggi trasmettono una grande energia, invece penso che la rabbia dei populisti sia molto sterile; è vuoto indirizzato al vuoto».  

L’OPERA
Manifesto è un’opera del 2015 concepita come video installazione per tredici schermi in cui la nota attrice Cate Blanchett interpreta brani tratti da 54 manifesti d’avanguardia tra i quali quelli di Claes Oldenburg, Yvonne Rainer, Kazimir Malevich, André Breton, Sturtevant, Sol LeWitt e Jim Jarmusch. In ognuna delle 13 scene l’attrice si immedesima nei panni di un personaggio diverso ripercorrendo i diversi ruoli della società contemporanea. I manifesti vengono esposti in un contesto totalmente estraniante che spinge a interrogarsi sul valore della parola poetica. L’opera, per esigenze di produzione è stata poi trasposta in una versione cinematografica della durata di circa novanta minuti.

 

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