Personaggi

Intervista con Carlo Pratis

Lontana dalle logiche di mercato che caratterizzano la galleria come spazio dalla natura commerciale, Operativa è una realtà giovane che guarda ai giovani, con l’intento di raccontare l’arte contemporanea ai nostri giorni. Abbiamo fatto due chiacchiere con Carlo Pratis, romano classe 1980, che la cura e la gestisce con entusiasmo e passione.

Com’è iniziata l’avventura di Operativa? Perché questo nome?
«Operativa è nata da una mia paura e da un mio bisogno assolutamente egoistico di approfondire la mia generazione. Dal 2007 al 2012 ho diretto insieme a Rolando Anselmi una galleria con sede a Roma e Berlino la cui linea era totalmente incentrata sulle avanguardie degli anni ’70 e su artisti generazionalmente molto lontani da me con una carriera già solida e definita. Il concentrarmi sullo storico mi stava totalmente allontanando da quello che stava succedendo intorno a me, la ricerca della mia generazione non la capivo e non riusciva a emozionarmi. Quindi Operativa nasce dalla forte paura di ritrovarmi in futuro ed essermi perso tutto della mia generazione, del mio tempo. Nasce dal desiderio di crescere insieme agli artisti, iniziare con loro tutto, non accostarcisi quando sono già cresciuti. Il nome racchiude in sé un modo di dire un po’ romano di essere sempre pronti, di essere appunto operativi».

Come si relaziona il tuo spazio rispetto al contesto delle gallerie che appartengono al tuo stesso contesto romano?
«Operativa nasce come un progetto il cui fine ultimo non è vendere. L’impostazione dei progetti che presentiamo è molto lontana da un’idea commerciale. Credo che all’inizio della propria carriera il vero lusso per un giovane artista sia esprimersi senza l’angoscia di dover vendere o meno, rimanendo ancora per un po’ libero da questa psicosi. Ecco forse in Operativa c’è il tentativo di permettere questa libertà, non ti nascondo che le mostre che hanno lasciato più il segno sono state quelle dove niente aveva un prezzo stabilito, dove con l’artista non c’è stato il momento in cui ci siamo chiesti, ”ma che prezzo deve avere questo?”».

Pochi giorni fa ha inaugurato la personale di Giuseppe Buzzotta, Moon Screens.
«È un lavoro molto interessante, un grande totem nero, composto da una matrice xilografica in legno che Giuseppe per mesi ha intagliato, e il suo negativo riportato su carta, una specie di ombra, di proiezione. Quindi c’è questa presenza scultorea e pittorica allo stesso momento. Ha un qualche cosa di ancestrale, ma allo stesso tempo di molto attuale nel pattern che si delinea sul negativo in carta».

Con questa mostra riprende il ciclo Due o Tre Cose Che Piacciono a Me. Da cosa nasce questa serie di appuntamenti e perché questo titolo?
«Il progetto è semplice: la necessità di presentare qualcosa in maniera fresca e velocissima. Superare i tempi pachidermici della ”mostra personale” e allo stesso tempo la noia delle mostre collettive che ti dimentichi il giorno dopo. Quindi ho pensato alla presentazione di singoli lavori, abbastanza forti e incisivi, senza appunto avere la forma più articolata propria di una mostra personale. Delle opere o dei progetti in cui mi ero imbattuto durante l’anno e che mi avevano catturato davvero. Quindi senza barare ho semplicemente chiamato il progetto Due o Tre Cose Che Piacciono a Me».

Una serie di lavori che tu definisci di ”portata museale”.
«Portata museale nel senso di dimensioni e forse anche di ambizioni. L’idea infatti è quella di proporre una serie di opere non domestiche, che non possono trovare spazio in un appartamento, la cui forza riesce a reggere da sola l’intero spazio circostante senza bisogno di articolarsi in un percorso di più pezzi. E in qualche modo abbiamo avuto la conferma di tutto ciò. Danse Royale, il lavoro presentato l’anno scorso di Emiliano Maggi, è stato poi scelto da Bonito Oliva per essere esposto al Museo Bilotti, e la grande installazione Resort Mirage di Matteo Nasini è proprio ora esposta dal Museo della Bora nel bellissimo palazzo Costanzi di Trieste».

Un modus un po’ anomalo rispetto alle altre gallerie. Per non parlare di Una vetrina.
«Una Vetrina è una follia che seguo con due curatori davvero d’eccezione: Gianni e Giuseppe Garrera. È un progetto assolutamente autonomo dalla programmazione della galleria, anzi esiste proprio in risposta ai tempi più lunghi della galleria. È la presentazione incessante (da martedì a martedì, ventiquattrore su ventiquattro) di visioni, editti, frammenti e opere e di artisti, filosofi o letterati in maniera assolutamente trasversale, sia su un piano di generazione sia su un piano di campo d’azione. L’attitudine è quella di una proposta e di un consumo quasi bulimico, quasi votato allo spreco. Abbiamo avuto contributi di Tomas Saraceno, William Kentridge e di Luca Vitone, ma anche di giovani con ancora nessuna mostra alle spalle o di intellettuali come Erri de Luca o Gianni Vattimo».

Prossimi progetti?
«Operativa nasce come un progetto più ampio delle semplici mura di via del Consolato. L’idea è quella di supportare lavori al di fuori dello spazio della galleria, come ad esempio Il Museo delle Palme, fatto la scorsa estate nell’incredibile orto Botanico di Palermo, o la serie di concerti e performances presentati questo autunno nella splendida Chiesa di Santa Rita a Roma. Tra i prossimi progetti c’è la mostra di chiusura della stagione, una personale di Vincenzo Schillaci, e poi la preparazione dell’esposizione che inaugurerà la prossima stagione, un folle progetto del gruppo di giovani architetti visionari Parasite 2.0 che hanno appena vinto il prestigiosissimo premio Yap che gli permetterà di presentare quest’estate una gigantesca installazione interattiva nel cortile del Maxxi di Roma».

Info: http://www.operativa-arte.com

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