Due punti e a capo - Interventi

Tosetti usa Liu Bolin per mettere la Cina in ”prospettiva”

È un mio leitmotiv, ma non mi stanco di ripeterlo: l’arte è un veicolo fenomenale per affrontare efficacemente temi complessi. È un’analisi atipica rispetto le logiche correnti ma funziona bene. Ne ho avuto un’ennesima riprova qualche giorno fa a Torino. Tosetti Value, uno dei più prestigiosi family office d’Italia (cinque miliardi di patrimoni mobiliari gestiti, per intenderci), ha utilizzato le fotografie dell’artista cinese Liu Bolin, grazie alla galleria Boxart, per parlare del rapporto tra Cina e Italia attraverso una visione ribaltata. L’attività per l’arte che da anni Tosetti porta avanti non a caso si chiama prospettive.

Il rapper col tatuaggio a collo alto di nome Fedez dice che non esiste prospettiva senza due punti di vista. Il che è ineccepibile. Da Tosetti però hanno preferito andare oltre, così i punti di vista sono diventati ben quattro. In rappresentanza delle eccellenze italiane all’incontro che ho avuto il privilegio di moderare erano presenti Gaia Gaja per l’enogastronomia, Fabrizio Giugiaro per il design, Marco Boglione (robe di Kappa, k-way, Superga) per la moda e Cristiano de Lorenzo (Christie’s) per l’arte, più naturalmente Dario Tosetti per la parte macroeconomica. Partendo proprio dall’ottica ispiratrice il lavoro di Bolin, dedicato all’Italia e alla difesa della nostra essenza culturale ed economica, i protagonisti della serata hanno raccontato le proprie esperienze professionali vissute in un paese che continua a crescere come pochi altri al mondo.

Ne è uscito un affresco originale, ribaltato per l’appunto. Intendiamoci, la caratura degli ospiti e le storie delle rispettive aziende erano di tale spessore che avrebbero meritato ciascuno un’assolo. Ma è proprio lo stimolo iniziale arrivato dai lavori di Bolin che a mio giudizio ha dato alla serata un taglio differente. La ricerca di Bolin, ironica e preoccupata al contempo, in fondo non è altro che un modo di smascherare i limiti di una certa cultura occidentale che sull’altare del consumismo o del cosiddetto progresso è pronta a sacrificare e talvolta a disconoscere le pietre miliari della propria identità, le eccellenze che, malgrado tutto, fanno ancora la differenza. Con la ricerca sulla mimesi surreale, interpretata da se stesso in modo geniale e, mi sia consentito, un tantino furbo, Bolin ci ricorda i rischi della confusione, la mancanza di visione o di messa a fuoco, il pericolo che la nostra società corre nell’inseguire uno sviluppo a tratti chiaramente irresponsabile. Bolin lo dice a noi, ma anche alla sua Cina e al mondo intero.

Il suo è un messaggio politico universale sulla necessità di dover approfondire, di non fermarsi alle apparenze ma anzi di andare a indagare sulle ragioni profonde che caratterizzano certe nostre scelte. Ed è un messaggio che tutti gli oratori hanno saputo ben cogliere. Anzi direi che le suggestioni lanciate dall’artista di Pechino si sono trasformate in stimoli profondi che hanno portato tutti a parlare della Cina in modo diverso. Mi ha colpito ad esempio sentire Gaja, una vera regina dell’enologia internazionale, raccontare quanto il vino in Cina sia un problema culturale, di conoscenza, prima che commerciale. Ed è stato duro sentire da Boglione che la distruzione del sistema produttivo italiano dovuta alla delocalizzazione è ormai irreversibile. O anche apprendere da Giugiaro che l’industria europea dell’automobile è vecchia rispetto alla cinese. Anche nell’arte si è compreso dalle parole di de Lorenzo che la Cina per quantità e ora anche qualità è un sistema di maggiori prospettive rispetto a quelle europee.

E alla fine c’è voluta la lucidità di Tosetti per riassumere con efficacia quanto era emerso in ogni intervento. E cioè che nella dittatoriale e complessa Cina alla fine le cose si fanno, da noi invece si disfano. La mancanza di libertà e di democrazia non hanno infatti impedito a questa immensa nazione di crescere. Nonostante tutto la loro struttura politica e quella burocratica producono risultati concreti. Un po’ il contrario di quello che in certi ambiti oggi accade da noi. Insomma ne è emerso un quadro a tinte forti, non proprio esaltante per la nostra patria ma assai veritiero e in fondo stimolante. Perché comunque i racconti dei protagonisti testimoniano che alla fine chi vuole una strada la trova e se si è bravi e capaci in posti come la Cina si può addirittura trovare non un percorso ma un’autostrada. E soprattutto ribadiscono in modo forte quanto le capacità e le eccellenze italiane siano ancora un valore assoluto, di dimensione planetaria.

Del resto era questo l’invito di Bolin. Farci scoprire le rispettive debolezze, riflettere sulle eccellenze ma anche sulle zone d’ombra. Gli artisti di valore sono quelli capaci di vedere le cose prima degli altri, di illuminarci con una loro intuizione, con il fulmine del loro genio, o anche semplicemente di offrirci una prospettiva diversa. Bolin è uno di questi. Giulia Tosetti è la responsabile del progetto arte di Tosetti Value. Sarà stata felice della serata: quei quaranta imprenditori riuniti a porte chiuse in quello che un tempo è stato lo studio privato degli Agnelli hanno visto la Cina e se stessi da una prospettiva diversa. Missione compiuta.

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