Interventi - L'angolo critico

House of cards, l’endorsement di Claire? Ci piace da impazzire, ma rischia di inabissare la serie più fortunata degli ultimi anni

Il croupier si è ripreso le carte ed è tornato a mischiarle. Come andrà la prossima mano? Bisognerà attendere un anno, giorno più giorno meno, per scoprire il destino degli Underwood. Tuttavia, una cosa è certa: il potere ha deciso di indossare il tacco dodici. E pare che lo calzi a pennello. Perché la terza stagione di House of Cards si è chiusa così: il presidente in pectore, Frank, tenta con dannata fatica di spuntare una candidatura alle prossime elezioni. E qualora la sorte giocasse a suo favore, davanti potrebbe non avere un politico più onesto e lungimirante contro cui combattere, ma la mogliettina che ha deciso di smettere gli abiti di ancella e dare sfogo alla propria natura. E attenzione, perché la natura delle donne può riservare – tanto nella finzione quanto nella realtà – colpi di mano da grandi giocatori. Si ribalta la scena e in primo piano arriva lei, Claire, la donna pronta a fare le scarpe al consorte pure se è l’uomo più potente del pianeta, che ripudia la meternità, che cede alla brama di potere – non quello da raggiungere quanto quello da tenere stretto in pugno – che alla fine di una sorta di catarsi, si stringe nel paltò e con una calma, quasi serafica, tuona al maritino: «sei tu a non essere abbastanza» e quindi «ti mollo». Che liberazione.

Se poi lo fa con l’allure che Robin Wright – fasciata d’essenziale, sempre tono su tono, mai con un pendaglio a ciondolare dal collo – regala al personaggio, il piacere è doppio. È qui che risiede la novità su cui gli sceneggiatori della fortunatissima serie tv – che ha inchiodato allo schermo tanto Obama quanto Clinton e pure il nostro Matteo Renzi (non Enrico Letta che proprio la scorsa sera da Fabio Fazio ha tuonato «detesto House of cards», in effetti è più un tipo alla Fitz Grant di Scandal) – dovranno lavorare. Il colpo di scena s’iniziava a percepire e ad assaporare già a metà della terza stagione. È cresciuto, cibandosi di silenzi e di mosse ragionate come quelle che solo le donne (e voi, uomini che leggete, non offendetevi per questo) riescono a partorire. Ve la ricordate la puntata in cui proprio Claire riceve l’ambasciatore russo nelle toilette dell’Onu e con molta calma inizia a urinare lasciando la porta aperta? Un gesto non propriamente da signora, eppure il grosso sta proprio lì, in quell’immagine che sdogana i giochi di potere fra maschi(etti). Perché dopo due stagioni e mezzo passate a nutrire e proteggere le aspirazioni di quell’uomo, a cui Dio ha negato il talento ma sul quale il diavolo ha puntato tutto, anche lei adesso vuole la sua parte. E alla fine, ci sta pure: se una donna in carne e ossa (Hilary Clinton insegna) può ambire davvero a diventare presidente degli Stati Uniti d’America, perché non può farlo un personaggio di fantasia?

Ecco allora il punto di forza e la chiave di volta che non ti aspettavi per una quarta stagione che, guarda caso, andrà in onda proprio quando, nella realtà, milioni di americani dovranno eleggere il vero 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Ma è anche in questo colpo di scena che risiede il possibile punto debole del successo targato Netflix. Se da una parte, infatti, questa rivoluzione femminile rincuora nel profondo, (Donna e moglie? Prego, si accomodi gentilmente sul sedile passeggeri, succede ancora oggi state sereni) dall’altra la cifra stilistica che ha reso unica la serie, e cioè la coppia Claire-Frank, che è riuscita a dare un sapore nuovo alla scalata verso il successo, pur essendo torbida ma mai squallida, è la stessa che rompe l’incanto.

In un attimo quel castello di carte, costruito abilmente a quattro mani, va all’aria e loro diventano come tutti gli altri, comuni mortali pronti a farsi la guerra. Se l’argomento della discordia fosse stato un altro e non la scalata allo studio ovale, si potrebbe fare il seguente accostamento: Frank Underwood sta a Oliver Rose come Claire sta a Barbara. Ve la ricordate vero la Guerra dei Roses? Scriveva bene Costanza Rizzacasa d’Orsogna su Io Donna la scorsa settimana: «Sono diventati come noi. A litigare dalla sera alla mattina alla stregua di una coppietta dei Parioli. La loro forza era essere complici nella cattiveria, e questa diventa improvvisamente perdonabile». Ora chissà. C’è una singolare teoria che avanza, secondo cui la prossima stagione potrebbe essere l’ultima. Altri 13 episodi che, sommati a quelli delle tre stagioni precedenti, raggiungerebbero quota 52. Come le puntate, ma soprattutto come le carte che compongono un mazzo completo.

 

Commenti