Interventi - L'angolo critico

Perché raccontare Tangentopoli: per crogiolarci di fronte allo specchio in cerca della nostra mediocrità

Quanti imprenditori – o ”liberi battitori” – cercano ancora di corrompere il dirigente di turno per ottenere un appalto, un favore, una qualsiasi agevolazione? Quanti sono i politici che, grazie al voto di scambio, continuano ad assicurarsi comode poltrone di velluto? Quante le donne che pur di ottenere una particina in un film o in un programmetto tv ricorrono ancora al reggicalze (quello da slacciare) e alle sottovesti di seta (quelle da abbassare)? Per un Paese che gode di un buon numero di marchettari, abituato da sempre alla politica del do ut des, del favore in cambio del favore, della legge del più forte con le tasche sonanti e il potere nascosto nel bavero della giacca, la storia si rincorre. Vent’anni sono tanti e, tuttavia, pare che non siano mai passati. Ecco perché abbiamo ancora bisogno di raccontare Tangentopoli, che non è affatto morta, perché – come diceva qualcuno – la politica è sempre corrotta. E amen. Del resto, quale differenza c’è, non nell’epilogo quanto nella genesi, tra la Tangentopoli del 1992 e i nostri scandali contemporanei: dal Mose all’Expo, fino agli appalti per le Grandi opere e Mafia Capitale?

E allora eccoci, pronti a impugnare il telecomando per accendere la tv e sintonizzarci su quella che pare essere la fiction di stagione. Nostalgici fino alla morte e per giunta bisognosi di inventarci il futuro, torcendo il capo all’indietro. Solo così si segna il successo. In narrativa è una tattica che funziona. Televisivamente parlando, spacca alla grande: è la sola che fa innalzare lo share. Sempre pronti a puntare l’indice, a gridare allo scandalo. Bravi commedianti di una moralità fatta di carta pesta. Perché, poi, al dunque, chi può, tende a fregare e chi non può, aspira, comunque, a farlo. Le trombe sono pronte a squillare. Qualche giorno ancora di attesa ed ecco che su Sky Atlantic andrà in onda, dal 24 marzo, 1992, la fiction ideata da Stefano Accorsi e diretta da Giuseppe Gagliardi che racconta, in salsa pop, la stagione di Mani pulite.

Dentro pare esserci tutto: l’arresto di Mario Chiesa, l’implosione della Dc e del partito Socialista, il pool della procura di Milano. Presentata al festival del Cinema di Berlino, la fiction in dieci puntate è già stata venduta in altri quattro paesi, Inghilterra, Irlanda, Austria e Germania. Il cast va dallo stesso Accorsi, intento a vestire gli abiti di un personaggio di fantasia che richiama, però, i manager di Publitalia, ad Antonio Gerardi nei panni del magistrato Antonio Di Pietro. Ancora: Alessandro Roja, Domenico Diele, Guido Caprino, Tea Falco, Miriam Leone. Sei le storie che s’intrecciano tra loro, sei i punti di vista narrativi: quello giudiziario, il mondo dei faccendieri, la brama del successo facile, le raccomandazioni ben remunerate, il contesto imprenditoriale e naturalmente la politica corrotta e corruttibile. Superbe sembrano essere anche la regia, la fotografia, la sceneggiatura (scritta a sei mani da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo). Un prodotto tv che vuole prepotentemente diventare un cult, tanto abile da affossare le già fortunate serie di Gomorra e Romanzo Criminale.

All’indomani del festival berlinese è stato uno scroscio d’applausi. La Frankfurter Allgemeine ha scritto: «Raramente un Paese ha il coraggio di guardarsi allo specchio come in questo caso». Il problema, però, è che pare fermarsi a questo: guardarsi allo specchio e crogiolarsi di fronte alla propria mediocrità. Come una bella donna che è diventata vecchia e piena di rughe ma che, tuttavia, continua a passarsi il rossetto rosso sulle labbra e a colorarsi gli occhi di nero. E allora martedì sera uscite, andate al cinema, a cena con amici. Fate un regalo a voi stessi.

 

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