Mario Cresci, Ex/post

Il Maga, fra tanti fotografi che esistono al mondo, chiama Mario Cresci per fare il punto su Gallarate. Commissione culminata con la mostra Ex/post, dove un terzo dei lavori esposti entrano a far parte della collezione permanente del museo. Chiamare Cresci, il Maga lo sa, significa tirarsi dietro due mondi: la realtà e la fotografia. Spesso fusi insieme, nel fotografo genovese invece rimangono, almeno in teoria, distinti. Cresci, insomma, è in grado di ragionare e operare su due piani diversi: lo specifico del mezzo, la cosa dietro l’obiettivo (la linea analitica per dirlo con Filiberto Menna) e la realtà, la cosa davanti l’obiettivo. Chiamare Cresci per un reportage, fra i tanti fotografi che esistono al mondo, significa così non volere un reportage, ma l’esperienza a tutto tondo di un uomo dentro una città con una macchinetta fotografica. Meglio ancora: il metodo di un artista che più volte è stato uomo dentro una città con una macchinetta fotografica. «Mi hanno lasciato libero – afferma Cresci – di dire quello che volevo dire, come volevo dirlo. Il tema non era facile: l’uso della fotografia non come documentaria ma come elemento di impressione, un utilizzo del mezzo libero, se non creativo, rispetto alla realtà».

Quanto tempo è stato a Gallarate per il progetto?

«Quasi tre mesi, alternati. Abito a Bergamo, andavo e tornavo, ho fatto molti sopralluoghi. La mostra è un racconto in cui le fotografie sono esposte a gruppi come in una quadreria. Le immagini dovevano avere una propria consistenza e abbiamo deciso di presentarla come una mostra d’arte. Credo che tutto questo si rifletta anche nel catalogo della Nomos edizioni».

Ex/post non è il primo reportage di una città.

«Ho sempre lavorato suoi luoghi, cercando di capire dove mi trovavo. Nel tempo ho accumulato esperienze di questo tipo: dato un soggetto, le idee nascono in base alla frequentazione dello stesso. Non ho quasi mai fotografato a priori, ho sempre avuto bisogno di immergere non solo la vista ma il corpo dentro la realtà, una necessità di partecipazione totale all’evento, al luogo, alle cose. Le idee nascono in funzione del rapporto che intratteniamo con il mondo e con le persone».

In questo metodo quanto hanno influito i tuoi studi all’istituto di disegno industriale a Venezia rispetto a una formazione accademica?

«A Venezia ho imparato a usare la fotografia come uno dei tanti linguaggi. Ho poi avuto la fortuna, data la mia generazione, di conoscere artisti importanti come Pascali, Boetti e Kounellis, così ho trasferito nell’ambito artistico le mie esperienze maturate nel design».

Da qui è nato il desiderio di allontanarsi da una fotografia mimetica?

«L’immagine per me è un pretesto per capire cosa c’è dentro ciò che vedo, e quello che trovo è un’occasione per immaginare un’altra foto. Per me la realtà non esiste, si crea. Fare un’immagine è come costruire una sedia, un bicchiere. Realizzare una forma è sapere che quelle linee devono soddisfare dei bisogni».

In questo senso possiamo dire che la sua è una fotografia astratta?

«Direi di sì, ma rimane una realtà. Come fotografo non posso prescindere da un referente, non riesco a concepire un mondo che non posso fotografare. Non sono il reporter che morde la realtà e scappa, voglio starci dentro, capirla il più possibile senza presunzione di comprenderla tutta ma almeno una parte. Non bisogna aver paura del reale. Casomai da queste foto ne ricavo una forte astrazione, due momenti che convivono insieme nel mio lavoro. Non mi sono mai preoccupato di avere una linea riconoscibile, vivere di rendita non mi è mai piaciuto, mi diverte invece partire ogni volta da capo. Non si può applicare una formula su tutto, lo sguardo non è mai lo stesso, ora vedo cose che vent’anni fa non notavo e viceversa. Non esistono regole, la verità è che siamo deboli, mi piace pensare così».

Cosa ne pensa del nuovo probabile museo della fotografia a Roma?

«Siamo arrivati a questi paradossi: chiude il museo di fotografia contemporanea a Cinisello Balsamo e a Roma si pensa di aprirne uno nuovo. In Italia ci sono anche dei bravi autori che per esprimersi sono costretti ad andare all’estero perché qui non sono valorizzati. Il fenomeno del Maga allora tocca un problema importante: è il primo museo che mi chiama per una committenza pubblica. Al di là del fatto che abbiano scelto me, andrebbe premiata l’idea di rivolgersi a un autore lontano dal solito reportage. Ce ne fossero di musei così, c’è da sperare che questi siano eventi di incoraggiamento».

Fino al 19 ottobre; Maga, via De Magri 1, Gallarate; info: www.museomaga.it

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