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Mufoco, 10 anni

Roberta Valtorta in (almeno) due pubblicazioni legate alla struttura che dirige, il museo di fotografia contemporanea di Cinisello balsamo, torna su un unico concetto: ”Fin dai primi momenti di vita, il Museo di Fotografia Contemporanea si è interrogato sul significato delle tre parole che compongono il suo nome: museo, fotografia, contemporanea”; e ancora: ”Ciò a cui ha puntato in questi anni il museo è stato porsi in un atteggiamento di interrogazione nei riguardi delle tre idee contenute nel suo nome, tutte in veloce trasformazione: museo, fotografia, contemporanea”. Il primo è un testo del 2009 per la pubblicazione Il museo è il pubblico; il secondo, del 2014, è lo scritto che presenta il catalogo della mostra in corso fino al 10 settembre alla Triennale di Milano, dedicata ai dieci anni di attività del museo.

”Tutte in veloce trasformazione”, l’aggiunta del secondo scritto al primo, chiarisce le difficoltà di gestire una struttura che ha come oggetto d’analisi un soggetto che sfugge a ogni definizione, dove il più grande rischio è ritrovarsi fra le mani un museo fatto di niente. Difficile, invero, imbattersi in tre termini più scivolosi e ancora più difficile trovarli uniti con lo scopo di definire l’intento di uno spazio. Campo minato, quindi, il percorso decennale del museo di Cinisello, affrontato anche da una posizione geografica decentrata come sottolinea Valtorta. «A Milano non c’è un luogo dedicato alla fotografia, diciamo sempre che il museo di fotografia di Cinisello Balsamao è il museo di fotografia di Milano, solo che non è nato dentro la città ma nel suo hinterland. O questo è segno che il museo di fotografia ha come precorso la nascita della città metropolitana, segnalando che la fotografia, pur essendo nell’hinterland, fa parte dello spazio metropolitano, ed è l’ipotesi positiva; oppure, ed è l’ipotesi negativa, che la città non ha capito l’importanza della fotografia e un museo è nato dove ha potuto, dall’accordo fra la provincia di Milano e un comune dell’hinterland. Dove ha potuto, non dove avrebbe dovuto. Che poi Cinisello non è sulla luna, è a 10 km dal centro, da piazza duomo sono 40 minuti. Però è una distanza psicologica e una stranezza di cui paghiamo le conseguenze. Stiamo cercando, per questo, di aprire una sede espositiva a Milano dove realizzare mostre e incontri per avvicinare le persone al museo».

Museo, fotografia, contemporanea. Cosa significa gestire uno spazio dedicato a questa disciplina, soprattutto ora che le immagini stanno perdendo la loro materialità?

«In questo momento di passaggio, in cui non è ancora compiuto il passo verso la virtualità, penso che un museo possa ancora conservare due funzioni: la tutela, studio e valorizzazione del patrimonio nei suoi originali e l’attivazione di una serie di progetti che coinvolgano il pubblico anche sul piano virtuale attraverso i media».

Il virtuale sostituirà mai il reale?

«Non so dire se arriverà un momento in cui la fruizione della fotografia finirà per sempre. Il problema è condiviso con le opere d’arte in generale. Non escludo, comunque, che arriverà un momento nel quale le fotografie non verranno più prodotte in forma fisica ma vivranno solo a livello digitale, questa sarà, in ogni caso, una situazione più pura. Per il momento il passaggio verso il virtuale non è stato ancora realizzato completamente».

Viviamo in tempi ambigui.

«Sì, e comunque anche quando saremo in un mondo completamente digitale, cosa faremo degli originali fisici che abbiamo?».

Continueranno forse a vivere in musei.

«Diciamo che è tutto ancora da immaginare».

In un quadro del genere, quale potrebbe essere il ruolo di una rivista di fotografia, ci sono in Italia?

«In Italia non ci sono riviste di fotografia, mancano per motivi profondi di carenza nel nostro paese nei confronti della disciplina. La fotografia, oramai, è presente nelle riviste d’arte ma non ha più un luogo specifico».

Che invece, in Italia, storicamente ha avuto.

«Che ha avuto, certo, a partire dall’Ottocento, con una grande fioritura inizio Novecento, intorno agli anni Dieci e Venti, un ritorno di importanti riviste tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta e poi sono sparite».

Come mai?

«Un problema molto delicato. Così come sono sparite le buone riviste di cultura fotografica, sono mancati i musei ed è mancata una politica seria nelle università. Vuol dire che al livello delle istituzioni (editoria, musei, università) la fotografia non è stata completamente accettata come arte e oggetto di studio».

Come se avessimo fatto un passo indietro.

«Sì, un’incapacità di adeguarci ai livelli dell’Europa e degli Stati Uniti, dove troviamo regolarmente dei musei, una collocazione importante della fotografia nelle università e delle belle riviste a cui facciamo riferimento anche noi italiani per aggiornarci».

Il panorama internazionale è migliore.

«Specialmente in quelle nazioni che hanno accolto la fotografia fin dall’inizio: Francia, Inghilterra e Stati Uniti. In Europa sono i paesi che hanno guidato la rivoluzione industriale e quindi hanno capito che anche l’arte sarebbe diventata fatto meccanico. Gli Stati Uniti perché erano un paese giovane tanto quanto la fotografia, per loro è stata subito un’arte, non hanno dovuto tenerla in attesa, non avevano la storia dell’arte. Fotografia e cinema sono state le arti degli Stati Uniti, sono cresciute insieme alla loro civiltà».

E l’Italia?

«Il nostro paese è arrivato molto tardi all’unificazione e all’industrializzazione. Aveva alle spalle il peso di una cultura enorme, ha faticato a capire che c’era una nuova arte e ha tenuto in attesa la fotografia finché non è finita ed è arrivato il digitale. Ha saltato un passaggio storico».

Il prolungarsi del pittorialismo da noi può essere spiegato così.

«Sì, ci hanno battuto solo gli spagnoli, che non a caso, sono un altro paese mediterraneo arrivato tardi all’industrializzazione. Noi l’abbiamo praticato fino agli anni Trenta, gli spagnoli ancora negli anni Cinquanta».

Cosa ne pensa del probabile, futuro, museo della fotografia a Roma?

«Roma dovrebbe valorizzare bene le sue collezioni antiche perché questa è la sua vocazione. Sono dell’avviso che basterebbe un serio dipartimento di fotografia al Macro o al Maxxi. Siamo oramai negli anni Dieci del Duemila, non ha più senso creare ex novo una struttura di fotografia contemporanea. Già il nostro museo è nato nel 2004 e dico sempre: troppo tardi. Nato in anni in cui la fotografia avrebbe dovuto essere integrata in un museo di arte contemporanea. Storicamente i musei di fotografia sono nati fra gli anni Settanta e Ottanta, all’epoca era importante far percepire l’importanza della disciplina. La fotografia poi è stata integrata nell’arte e così avrebbero semplicemente dovuto potenziarsi i dipartimenti di fotografia all’interno dei musei. Il nostro museo è nato tardissimo, va bene, ma farne nascere uno nel 2014 o nel 2016, quando sarà, mi sembra eccessivo. Non credo che Roma abbia la vocazione per la fotografia contemporanea. Le cose devono nascere anche secondo un’identità storica, le caratteristiche di un luogo vanno rispettate».

Lei non è per una divisione fra fotografia e arte contemporanea.

«Penso che un museo di fotografia nato nei tempi giusti va difeso e portato avanti nella sua intensità storica. Sbagliato invece far nascere un museo di fotografia oggi, sbagliato era anche agli inizi degli anni Duemila e soffrivo di questo ritardo. Ho capito poi che l’unica soluzione era portarlo avanti nel miglior modo possibile».

Fino al 10 settembre;Triennale, viale Emilio Alemagna 6, Milano; info: www.mufoco.org

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