UNPÒPORNO

Marc Blackie, erotismo dark

Fluffer Magazine ha intervistato per Inside Art il fotografo e regista inglese Marc Blackie, con il suo universo erotico dark e surreale, ironico e ricco di allusioni al porno.

Parlaci del progetto Disappointed virginity.
«Disappointed virginity è innanzitutto il nome del mio sito web, di recente è diventato anche il nome della mia casa di produzione. Non sapevo di avere una casa di produzione fino a quando qualcuno non ha creato una pagina Imdb dedicata a me e ai miei film aggiungendo questa informazione, direi che è una definizione abbastanza precisa ma non onnicomprensiva».

Hai iniziato a scattare fotografie senza un preciso intento artistico, poi cos’è successo? O meglio, come hanno fatto le tue storie ad assumere la forma attuale?
«Per alcuni anni ho realizzato dei ritratti e il fatto di essere un autodidatta mi ha permesso di avere il tempo di abituarmi al mezzo fotografico. Quando sono riuscito a procurarmi uno strumento professionale ho iniziato a portare il mio mondo interiore all’interno dei lavori. Credo che molti artisti abbiano dimenticato l’idea di libertà. Secondo me ognuno dovrebbe creare il proprio mondo, scoprire il proprio campo per poi far esplodere insieme tutte le strutture create nel subconscio e vedere cosa resta tra le macerie».

Da dove viene il tuo spirito dark? Forse dal passato?
«Siamo tutti la somma delle esperienze del passato. Non sono il solo ad aver avuto un’adolescenza complessa, e un pò di quel grigiore sembra aver messo radici in tutto quello che faccio. Ho imparato che i “piaceri” dell’erotismo sono per me l’arma più efficace contro i clichè della depressione, uniti all’autoironia e ad un senso dello humor piuttosto cinico costituiscono la base del mio lavoro. Credo inoltre che sessualità non equivalga a piacere, nonostante parole come “fare l’amore” o le strofe di centinaia di canzoni banali cerchino di convincerci del contrario. La paura della solitudine, la necessità di possedere ed essere posseduti e la consapevolezza dell’ineluttabilità della morte sono per me, all’interno della sfera sessuale, molto più interessanti dell’esperienza finalizzata al piacere».

Fotografia o Film?Cosa preferisci?
«In questo periodo preferisco i film. Un progetto strutturato è una soddisfazione maggiore per la mia creatività. Naturalmente la fotografia è di mio grande interesse, ma con la saturazione di fotografi che c’è stata negli ultimi cinque anni e la valanga di contenuti condivisi quotidianamente, mi riesce difficile concentrarmi come una volta. Da qui le animazioni, i film e tutti gli altri esperimenti. Per tenermi fuori dai guai, per esplorare nuove forme di espressione».

Nel descrivere uno dei tuoi short-film hai detto “è un’altra delle mie risposte allo spinoso argomento dell’immaginario porno”. L’immaginario porno ha molte domande (o risposte)?
«La nostra immaginazione pornografica collettiva è fottuta. E’ una situazione da vaso di Pandora, il coperchio è stato strappato via, stuprato e lacerato. Sembra che la maggiore accessibilità del materiale per adulti abbia privato le persone del tempo per sviluppare il proprio gusto personale e le proprie preferenze, facendole cascare nelle trappole e nella retorica della pornografia senza rendersene conto. Una tragedia insomma».

Come reagisce il pubblico ai contenuti forti dei tuoi lavori (ad esempio, la presenza di donne incinte)?
«Di solito il feedback che ricevo è positivo, anche se naturalmente arriva sempre il momento della email anonima che attacca la mia presunta misoginia. Di solito sono gli uomini a inviarle, evidentemente quelli che lo fanno non capiscono il senso dei miei lavori, anche se sono lusingato dal fatto che li guardino così attentamente. La mia intenzione non è quella di creare uno shock, non c’è un intento di mettere a disagio il pubblico, il lavoro è frutto della mia immaginazione e man mano che si va a fondo continuerà a generare reazioni sempre più contrastanti. Questo è un gran bene. Il mio pubblico si divide in persone che amano i miei lavori ed altre che li considerano troppo duri, che ne rimangono spiazzati e anche, apparentemente, un po’ irritati. In ogni caso preferisco suscitare un sentimento negativo piuttosto che la totale e inutile indifferenza».

Nei tuoi short movie esplori il lato più oscuro della psiche umana, paure e ossessioni che arrivano a toccare lo spettatore nel subconscio provocando paura e attrazione. Cosa ti ha portato a questa ricerca?
«I miei short-film e i download pornografici hanno dei parallelismi: una serie di clip autonome, caratterizzate da contenuti sessualmente espliciti con una performer femminile, una corrispondenza che ho esplorato in particolare con il mio film “Performance and Appreciation”. Alcuni film nascono dalla voglia di presentare (spesso di ridicolizzare) un contesto sessuale da cui sono personalmente attratto per poi stravolgerlo, sovvertirlo completamente. Altre volte il film ha un punto di partenza più serio (ad esempio un suicidio) o qualcosa di molto banale (ad esempio una tazza di The, è così inglese!) ed è il subconscio a portarmi oltre. Spesso questo mi porta ad esplorare i lati più oscuri, e succede di continuo all’interno dei miei lavori».

Quale è la tua idea di bellezza?
«Mi piacerebbe avere una risposta intelligente e ragionata alla tua domanda, purtroppo sono solo un uomo banale e prevedibile, quindi la domanda mi fa pensare direttamente alla figura femminile erotizzata. E alla vita sottomarina. L’anno scorso ho nuotato tra le meduse al largo della costa di Formentera e se quelle forme di vita non sono la bellezza, allora ditemi cosa lo è».

Ti definiresti un anti-artista?
«Non ci avevo mai pensato, anche se mi sento vicino a questa definizione. Non realizzo i miei lavori per compiacere qualcuno e non ho paura di scivolare nella pornografia. Il mio obiettivo non è quello di decidere se essere un fotografo o un regista, quello che sto facendo è costruire un castello di carte chiamato Disappointed Virginity, lo faccio per divertirmi e sono contento se piace a qualcuno».

Nel tuo ultimo short film The wet nurse and her diabolical concerns il dolore è raccontato come una via di uscita, un sollievo dalla mancanza d’amore. Effettivamente questo mood pervade un pò tutti i tuoi lavori, e scatena sentimenti contrastanti, tristi, malinconici e sgradevoli allo stesso tempo. E’ questa la tua visione della vita?
«Questo film è stato interessante e molto impegnativo. Ho passato otto mesi piuttosto strani e complicati, di cambiamento, i tre shooting che hanno preceduto il film sono stati realizzati in tre momenti diversi di questa transizione. E’ il primo dei miei film a contenere dei dialoghi. All’inizio ero un pò spaventato. Non saprei dirti se nei miei lavori c’è un’intenzione romantica, forse sono un pò troppo cinico. Sostituisci la parola “amore” con la parola “piacere”, unisci “malinconia e inquietudine” ed otterrai una buona base per il mio lavoro».

Foto Marc Blackie

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