Geva: pattern, reticolo e keffiyah al Macro

Dagli inizi degli anni Ottanta Tsibi Geva è impegnato in una ricerca sospesa tra i diversi ambiti della pittura e della scultura. Elemento comune, il dialogo. L’artista attraverso i suoi lavori sembra gridare, a volte dà la sensazione che queste urla siano sorde, altre volte il rumore è dirompente, frantuma il segno, sconvolge i colori. Se le sue installazioni sono estremamente geometriche, spesso ordinate all’interno di un pattern rigoroso, la sua pittura è selvaggia. La motivazione artistica resta però sempre la stessa: l’ansia indagatrice di tutte le possibilità linguistiche che non si risolvono solamente nella disciplina pittorica.

Il razionalismo architettonico che emerge in molti dei lavori scultorei di Tsibi Geva proviene probabilmente dalla sua origine. Geva è infatti il figlio di Ya’acov Cuba Geber (1907-1993), architetto di stampo Bauhaus le cui opere sono sparse in tutta Israele tra edifici pubblici, residenziali, fabbriche industriali, scuole e centri culturali, realizzati principalmente all’interno dei kibbutzim. Come membro del kibbutz Ein Shemer, luogo dove nasce Tsibi Geva nel 1951, Cuba Geber era a capo delle costruzioni dei primi anni Trenta del Novecento. A lui va il merito di aver progettato una grande varietà di tipologie urbanistiche ed edilizie, usando severamente linee e geometrie, le stesse che ritroviamo in una serie di lavori di Tsibi Geva che prendono il nome di Lattices. Queste sculture si presentano come grandi inferriate dai differenti pattern: griglie, reti, mosaici, mattoni, geometrie astratte e linee razionaliste si alternano, dando vita a finestre dalle diverse forme ma accomunate tutte dal senso di distanza che ne deriva stando al di qua o al di la di esse. I motivi ornamentali Tsibi li riprende da alcuni manuali degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta. Questi testi sono per Geva veri e propri strumenti di lavoro da cui attingere forme concrete e razionali che caratterizzano la maggior parte delle architetture e degli arredi israeliani. C’è dunque un rimando alla tradizione che permette all’artista di creare un codice visivo e linguistico specifico del luogo di appartenenza.

Sedici lavori della serie Lattices, quattro dei quali sono oggi in mostra al Macro, sono stati esposti in una suggestiva installazione realizzata in occasione della mostra al Haifa museum of art nel 2003 (Tsibi Geva: master plan). L’anno prima era stata la Hagar art gallery di Jaffa ad ospitare queste sculture, nelle sale espositive e lungo la terrazza del palazzo, capovolgendo il punto di vista dell’osservatore. Infatti, se all’interno degli spazi le inferriate si stagliavano lungo i muri, rimuovendo così la loro funzionalità originaria; i Lattices posizionati lungo il perimetro della terrazza, erano vere e proprie finestre che si affacciavano sul quartiere ebraico e arabo, restituendo ogni grata una diversa visione del paesaggio. Il panorama che si vedeva era “contaminato” dalle trame delle inferriate stesse, creando una sensazione di invalicabilità ed una diversa percezione del panorama. Geva condivide così lo spazio dello spettatore, permettendo all’opera di cambiare non solo in rapporto alla luce ma anche a seconda della posizione di chi la guarda. Tsibi Geva lavora dunque sugli interstizi, su quegli spazi significativi, fisici e mentali, che separano popoli, idee e culture. Ecco allora fare uso di alcuni simboli: le keffiyeh, i paesaggi, gli animali, la parole. Se queste immagini possono in qualche maniera creare una relazione dialogica, le finestre, le porte, i reticoli, ne marcano la distanza. Da qui nasce il suo tormento interiore e la lotta che ne deriva è accentuata dai contrasti stilistici che caratterizzano tutta la sua poetica: astrattismo e figurazione, razionalismo ed espressionismo.

La sua pittura, che spesso favorisce il grande formato, è caratterizzata da segni, sbavature e pennellate libere, presentandosi spesso all’interno di un campo che annulla la profondità oltre che la relazione figura-sfondo, lasciando invece affiorare i sentimenti, le emozioni, l’inconscio. La tela diventa un’arena in cui agire, la pittura si fa azione mediante le forme selvagge e primitive. I dipinti di Geva non si possono di certo definire realisti, sono piuttosto assimilabili alle ricerche neoespressioniste tedesche o alla Transavanguardia italiana degli anni Ottanta, che costituiscono uno specifico versante della cultura postmoderna, periodo in cui l’artista comincia a introdursi nel sistema dell’arte contemporanea. Diametralmente opposto è invece il lavoro scultoreo di Geva che si presenta per certi versi minimalista nella creazione di opere che tendono alla riduzione e all’elementarità. Le sue sculture, che si avvicinano alle sperimentazioni moderniste di Mondrian e Malevič e al minimalismo geometrico di Sol Le Witt, solo per fare alcuni nomi, si presentano come “strutture” tridimensionali caratterizzate dall’assoluta identità tra forma e oggetto e in cui il processo di ricezione assume un ruolo determinante. Per questo motivo abbiamo scelto di allestire una parte della sala espositiva del Macro con i Lattices e le Keffiyeh, una commistione di tecniche eterogenee enfatizzate anche dall’uso del wall painting. Al razionalismo geometrico e lineare dei reticoli di ferro, fanno da controparte i dipinti informali e materici rappresentanti le Keffiyeh, strutturati anch’essi come una trama reticolare, un pattern, dunque concettualmente molto vicini alle sculture.

Ovviamente poi non è secondario il significato che detiene un’immagine come la keffiyah. Come spiega Tami Katz-Freiman, la keffiyah è un elemento folcloristico nonché un’icona politica, comune nell’immaginario collettivo. A partire dallo scoppio della prima Intifada l’immagine della keffiyah è stata identificata come simbolo della lotta palestinese. In un passato più lontano, però, prima della costituzione dello Stato d’Israele, la keffiyah era adottata dai combattenti della Jewish national military organization (Izl), come un copricapo e una sciarpa. Dunque è un simbolo che contrariamente a quanto si pensi, accomuna due popoli nella lotta continua della propria affermazione. Da tutto ciò si evincono le ragioni che portano Geva a porre al centro della propria concezione dell’atto artistico l’impulso drammatico, il tema dell’identità personale e collettiva che si intreccia spesso a quello della memoria, e la ricerca costante di un ponte tra pubblico e privato. Un contrasto che provoca inquietudine e sofferenza, nella perpetua necessità di elaborare una lingua che possa essere compresa da tutti. In questo senso il pattern, al centro della ricerca di Geva fin dagli anni Novanta, permette all’artista di spiegare la realtà da diversi punti di vista, determinando una singolare percezione del mondo.

Creare un nesso tra le Keffiyeh e i Lattices, indica ulteriormente la volontà dell’artista di cercare una relazione tra politica e poetica, laddove i contenuti socio-politici si combinano alle strutture fondamentali e alle forme che sono alla base dell’arte contemporanea. La mostra al Macro Testaccio, sostenuta dall’Ambasciata d’Israele in Italia – Ufficio culturale e dalla Fondazione Italia-Israele per la cultura e le arti, prende le mosse dalla personale che l’artista ha presentato all’American university museum di Washington nel 2013, e che andrà al Mönchehaus museum di Goslar nel 2015 (Tsibi Geva. Paintings 2011-2013, a cura di Barry Schwabsky). L’esposizione romana raccoglie circa trenta dipinti, alcuni di grandi dimensioni. Sono opere degli anni Ottanta, nonché la sua ultima produzione, a cui si affiancano una grande installazione in ferro e un graffito realizzato site specific per questa occasione.

Tsibi Geva: recent and early works, a cura di Barry Schwabsky e Giorgia Calò, dal 30 maggio al 14 settembre, Macro, piazza Orazio Giustiniani 4, Roma. Estratto dal testo in catalogo, cortesia dell’autrice. Info: www.museomacro.org