UNPÒPORNO

Nymphomaniac volume II

«Non sento niente», con queste poche raggelanti parole si era chiuso il primo volume di Nymphomaniac. Avevamo lasciato la piccola Joe nel suo grido disperato di dolore per aver perso tutto ciò attorno a cui ruotava la sua esistenza: il raggiungimento massimo del piacere. Tutti quelli che hanno apprezzato il volume I, di certo non si perderanno il volume II ma, a malincuore, bisogna ammettere che probabilmente ne resteranno delusi. Se la premessa alla prima parte della saga di Joe era: ceci ce n’est pas un porno, per la seconda parte si può azzardare a dire, a maggior ragione, che lo sia ancor meno, nonostante fosse stato annunciato il contrario. Scene di sesso quasi non ve ne sono ma, in compenso, Von Trier ha fatto un bel minestrone, in cui viene toccata qualunque tematica scottante. Ce n’è davvero per tutti: dal sadomasochismo alla pedofilia, dall’omosessualità, all’omicidio.

Ritroviamo a distanza di anni una Joe cresciuta, non è più interpretata da Stacy Martin ma da Charlotte Gainsbourg, la stessa che è ancora seduta nel letto del vecchio Seligman, il quale ascolta il suo racconto à rebours, dispensando pillole di saggezza sempre più concettuali e arzigogolate. La prima rivelazione è la confessione da parte di Seligman della sua verginità (nessuno probabilmente aveva per un solo secondo pensato il contrario), che sarà funzionale alla conclusione del film e a sovvertire la funzione inizialmente associata al personaggio. Sulla base dell’espediente narrativo dicotomico del diavolo e dell’acqua santa, riprende il racconto di Joe, proprio da quel momento in cui la perfetta polifonia di Bach cede il posto allo straziante requiem. Realizzare di aver perso la capacità di raggiungere l’orgasmo la porta al disperato tentativo di raggiungerlo a ogni costo, fino a surclassare i bisogni primari, fino a farle perdere l’interesse per l’amore, la maternità, la vita in generale.

Dall’essere un viaggio verso la scoperta della sessualità, la liberazione dei preconcetti sociali, la storia si trasforma in una vertiginosa discesa verso gli inferi, meglio definita come passaggio dalla Chiesa d’oriente alla Chiesa d’occidente (così è il titolo di uno dei capitoli). Una traghettata di Caronte che ci porta a conoscere tutte le anime di Joe: la colpa, la penitenza, il peccato, la redenzione, l’espiazione. Ovunque si legge la volontà di Lars Von Trier di giocare con gli stereotipi, le etichette ma soprattutto di incastrare la simbologia cristiana con i molteplici riferimenti sessuali, dal numero delle frustate fino all’estasi di Santa Teresa, quell’orgasmo che coglie Joe da piccola senza preavviso, materializzandosi dal nulla. Niente della seconda parte suggerisce erotismo nel suo significato tradizionale, alla seducente Stacy Martin si sostituisce una Charlotte Gainsbourg devastata dal dolore fisico e psicologico. Proprio la stessa necessità di autoaffermazione sessuale si rivela una condanna che la ammanetta fino a negarle la libertà tanto agognata. Si susseguono, orge, ménages à trois, esperienze saffiche e improvvisamente il film si trasforma in un noir.

Dove l’attenzione ha ceduto il posto alla stanchezza? Forse tra una lezione di vita di Steligman e una frustata sulle natiche di Joe. Sta di fatto che improvvisamente ci si trova davanti un altro film. Grazie all’enigmatico personaggio L. (interpretato da Willem Dafoe), Joe imbocca la strada della criminalità, finendo in una banda di usurai torturatori. Il finale a questo punto arriva quanto mai desiderato, con un colpo di scena finale che lascia inizialmente perplessi. Poi, rimuginandoci su, viene da pensare a una cosa: il primo volume è per il pubblico, il secondo, Von Trier l’ha fatto per se stesso, come compendio e sunto di tutte le tematiche che da sempre lo hanno interessato. Se con la prima parte ci si sente provocati, con la seconda, a dire il vero, un po’ presi in giro, se poi si aggiunge anche il fatto che abbiamo dovuto pagare due volte per vedere un solo film. Anche a noi verrebbe da utilizzare le sequenze matematiche usate da Steligman, questa volta non di Fibonacci: 8.50 + 8.50 = 17 euro.

 

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