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Il volto dell’uomo moderno

Per l’uomo contemporaneo, è del tutto normale parlare di “ritratto”. È sufficiente considerare le varie mostre realizzate in Italia e all’estero sul tema. Oppure, pensiamo solo ai così diffusi selfies. Dal Rinascimento in poi la ritrattistica è un tema consueto. Il ritratto è declinato non solo in relazione a una persona che desidera farsi immortalare nel tempo, ma in autoritratto. L’artista ritrae qui il proprio volto. Più difficilmente, tuttavia, ci chiediamo le origini del ritratto moderno nella civiltà occidentale. In che modo è nato? È questo il tema affrontato dal libro Dio storia dell’uomo. Dalla parola all’immagine (Edizioni Messaggero, Padova, 2013, 208 pagine, 23 euro), che cerca di comprendere le origini di questo “successo”, in due immagini che agiscono come miti fondatori: il velo della Veronica per la tradizione occidentale e il telo del Mandylion (si tratta forse della Sindone conservata oggi a Torino come sostengono alcuni?) per quella orientale.

È interessante considerare come, secondo la tradizione, queste “prime” immagini, il Volto Santo e il Santo Sudario, siano considerate acherotipe, vale a dire non fatte da mano d’uomo. Se per la tradizione orientale il Mandylion è un telo sul quale Cristo imprime il proprio volto perché il toparca di Edessa, ammalato di lebbra, ne sia guarito, per quella occidentale la Veronica è un velo sul quale si sarebbe impresso il volto di Cristo durante la salita al Golgota. In entrambi i casi, la traccia impressa sul telo sarebbe la garanzia della loro autenticità. Solo un’impronta può infatti fornire la somiglianza e procurare quell’archetipo che sarà instancabilmente ripreso nei secoli.

A partire da queste due immagini, l’“effigie” avrà infatti un vero e proprio ruolo catalizzatore nella nascita del ritratto moderno. Parlare di volto significa infatti riconoscere l’importanza dell’individualità, del soggetto che emerge da una collettività, in tutta la sua singolarità e originalità. Significa entrare nella modernità. Così, nel XVI secolo la rappresentazione del Santo Volto assume i tratti del “ritratto”, di un “volto pienamente umano”, espressione dell’umanità e dell’individualità del singolo nelle sue specifiche differenze, da ritrarsi nelle sue caratteristiche anatomiche e psicologiche.

Uno dei primi ritratti della storia dell’Occidente cristiano è quello di Francesco d’Assisi a Subiaco (prima metà del XIII secolo) e poi quello di Cimabue ad Assisi (seconda metà del XIII), in cui è rappresentato come un Ecce homo. A partire da queste “semplici” e “povere” immagini di bruciante naturalezza, il ritratto svolgerà un ruolo centrale nella tradizione cristiana occidentale. La persona di Cristo agirà come fulcro di ispirazione, polo di tensione, uomo esemplare. Così, nella società umanistica dei secoli XV e XVI, la figura di Cristo sarà declinata nel tempo secondo una modalità sempre più “secolarizzata”, diventando esempio di lealtà, di fedeltà e di coraggio. Di dignità umana. E le rappresentazioni del volto di personaggi ricchi di onore e di gloria, come un cavaliere o una donna virtuosa, diventeranno la celebrazione e l’esaltazione delle virtù eroiche del singolo, il cui ritratto esalta e magnifica la memoria.

Un caso esemplare è quello del noto pittore tedesco del Cinquecento il quale, dipingendo il proprio volto, fa coincidere i suoi lineamenti con quelli del volto del Cristo. Sotto il proprio autoritratto, scrive: “Io, Albrecht Dürer di Norimberga, all’età di 28 anni, con colori eterni ho creato me stesso a mia immagine”. L’autoritratto di Dürer diventa così il segno del compimento della creazione, del destino dell’uomo, che è quello di immedesimarsi sempre più con la persona di Cristo, con la sua bellezza. Il ritratto del pittore tedesco diventa simbolo di una nuova creazione, della coscienza di una profonda dignità umana che affonda le proprie radici nella fede cristiana. È come se Dürer ci dicesse che assimilarsi a Cristo è il destino dell’uomo. Cercare se stessi, significa ritrovarsi in Cristo. Ricercando il proprio volto, l’artista riconosce quello di Cristo. Oppure, è come se ricercando il volto di Cristo, ritrovasse la propria immagine. Interrogando l’uomo contemporaneo: qual è il volto in cui oggi si riconosce?

Commenti

  • Massimo Ravecca

    L’immagine del volto sindonico, confrontato con l’autoritratto di Leonardo, anch’esso custodito a Torino, indicherebbe che Gesù e Leonardo da Vinci avrebbero avuto un volto somigliante verso il termine della vita, come l’ebbero Leonardo e Michelangelo Buonarroti se guardiamo al ritratto dello scultore che ne fece da anziano Daniele da Volterra. Oltre ad avere un intelligenza simile nel metodo con Gesù, i due grandi artisti verso il termine della loro vita avrebbero un volto tendente a quello di Gesù, che di fatto ha valenza archetipa. Questo avrebbe una sua validità sia che la Sindone sia vera reliquia sia che sia un falso veritiero. Ciò nulla toglie alla divinità di Gesù, anzi. Cfr. ebook (amazon). Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.