Interventi - L'esiziale & l'essenziale

Non licenziate papà

Quante volte l’arte s’è fatta eco del disagio sociale, dell’azzerarsi di sogni e speranze nello scorrere del nostro quotidiano? Innumeri, nella storia del mondo. Ché l’arte, il suo senso pieno, ancor prima del seminulla cui molte volte è costretta dall’essere specchio dell’oggi, dall’ipertrofia autocecelebrativa e prosaica dell’oggettistica da merchandising cui spesso si restringe, al fondo è frutto di sofferenza e d’ingegno. E, persino, del fare oltre che del pensare, ci ostiniamo a dire. Roba lessa? Può darsi. Però quando l’arte – che è sempre contemporanea come dice il buon Sgarbi lasciandosi amare al pari che odiare – rinuncia al suo essere, cioè a farsi eco del proprio tempo limitandosi a un vacuo fluire, ecco allora che altre forme spuntano sui muri, saltano fuori dai cassetti. I disegni coi quali i figli dei lavoratori dell’azienda Fivit Colombotto di Collegno si sono opposti al licenziamento dei loro padri sono allo stesso tempo espressione di un disagio sociale generale e di una forma d’arte più valida di tanta paccottiglia.

Che il lavoro sia un diritto che ogni governo – men che meno quello che in queste ore va giurando – di questo sistema sociale non considera più tale, nei fatti, è una realtà reale come poche altre. Tragica al punto di fare più morti di quanti non ne produca il lavoro stesso, nel nostro paese, aldilà dei simpaticoni che predicano lo squagliarsi del tempo del lavoro in un’era di piacevoli passatempi, di goliardi a zonzo. Il lavoro, ormai, per chi ce l’ha è un lusso prima ancora di quello che è sempre stato, un’alienazione, e per chi non lo ha più resta quello che è sempre stato, una tragedia non solo personale, ma sociale. Nessuno sa quanto possa reggere un sistema così senza implodere, cullandosi sul fatto che le bellezze sempre più annichilite e bistrattate del Belpaese possano sostituire un sistema produttivo reale, che viti e bulloni possono farle altri, in Cina o Indonesia, tanto qui basta campare di turismo. Ma ogni società, in fondo, sceglie i modi coi quali suicidarsi.

Picasso amava raccontare di sé una verità: a quattro anni dipingevo come Michelangelo, ho impiegato tutta la vita a vedere le cose e a dipingerle come un bambino. Al di là se quei disegni siano arte o denuncia sociale, commoventi o infantili, forse basterebbe questo: la capacità di vederli coi loro occhi, di sentirli così. Con gli occhi aperti e la mente lieve di un bambino saper vivere la vita, acconciarla ai veri bisogni, ridarle un filo di gioia e speranza. Ecco perché quei loro scarabocchi, al pari del genio ispanico, sono arte e denuncia sociale. Perché alle speranze, benché siano le ultime a morire, servono mani che le traccino, nuovi giorni dove annidarsi. Lo sguardo puro di un bambino.

Leggi la news e vedi la galleria fotografica: www.insideart.eu/2014/02/20/quando-gli-appelli-dei-bambini-diventano-arte

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