Jack Sal, anelli di memoria

Cavalcando le celebrazioni del mese della memoria – quest’anno incentivate dalle crescenti rivisitazioni sulle Foibe e dalle giaculatorie rivolte contro il povero Simone Cristicchi – il vivace museo d’arte contemporanea di Lissone (MB), propone Ring/Rings/Ring, mostra dell’artista americano Jack Sal curata da Alberto Zanchetta. Se la memoria ebraica è uno dei temi centrali in Sal – che, nato 60 anni fa da famiglia ebrea dell’Europa orientale emigrata negli Stati Uniti, vive e lavora tra New York, Roma e l’Umbria – l’analisi dell’influenza del tempo nei contesti è l’anima fondante delle sue opere, spesso site-specific e costituite da tessuti modulari di forme e strutture primarie. Gli anelli di ceramica che rivestono le pareti delle sale di Lissone originano, infatti, da alcuni cerchi disegnati a inchiostro su carta fotografica, nel corso di una performance in occasione della Biennale veneziana del 2011. L’uniformità minimalista degli anelli plastici e di quelli dipinti – che dialoga a distanza con quella di Sol LeWitt e di Robert Morris – è contraddetta dall’instabilità processuale determinata dall’impressione fotografica. In tal modo, componendosi delle tracce di un passaggio temporale, la griglia di Rings diventa una sorta di mappa esistenziale, un «campo di accadimenti» (con Zanchetta) capace di legare la memoria individuale a quella collettiva.

Alcuni degli interventi di Jack Sal sulla memoria della Shoah – Re/Place (1999), White/Wash II (2006), De/Portees e Via Bixio (2010) – sono documentati in mostra dai relativi video. Re/Place, la cui genesi è raccontata nel docu-film Max Weber-Platz, può considerarsi uno dei vertici di tale processo di stratificazione di “accadimenti”. Collocata davanti all’abitazione di Monaco dove i genitori dell’artista, sopravvissuti allo sterminio, avevano vissuto prima di trasferirsi oltreoceano, la lastra bronzea di Re/Place possiede un prezioso valore documentario e rappresenta un imponente percorso a ritroso nella coscienza. Allo stesso modo, i blocchetti di cemento di White/Wash II – monumento alle vittime di un pogrom della città polacca di Kielce – e i nomi che scorrono in De/Portees diventano i mezzi con cui Sal rende la memoria delle persecuzioni ebraiche, nella sua manifestazione progressiva e continuativa, pretesto per la costruzione di una responsabilità sociale nel presente. Sotto la lastra al n. 9 di Max Weber-Platz e nelle intonacature a cui sono periodicamente chiamati i cittadini di Kielce, il senso più profondo del lavoro dell’artista vive nell’impulso (già beuysiano) di far confrontare lo spettatore con il proprio passato, di assumerne consapevolezza e di riscattarne le ombre. La lezione di Jack Sal ci insegna che il vero “memoriale” esiste non in un singolo monumento, ma nella testimonianza e nell’esperienza di ognuno. La sua sensibilità – come quella delle Stolpersteine di Gunther Demnig – ribadisce la missione dell’arte di rammentarci ogni istante il dovere di non delegare agli altri o al trascorso il peso degli eventi. Anche se, a volte, lo confondiamo con il rispetto, il gesto di non voler “calpestare” la storia ci rende più ignari e dunque più colpevoli.

Jack Sal: Ring/Rings/Ring, a cura di Alberto Zanchetta. Lissone (MB) Museo di arte contemporanea. Fino al 9 marzo, info: www.comune.lissone.mb.it