UNPÒPORNO

Memorie a luci rosse

«Era il 1977 e vidi sotto al portico la locandina del film. Era grafica netta, pura iconoclastia. Solo un nome: Serena. Scritto in rosso su sfondo verde, con riquadri e cornici sottili e nere». Così Flavio Favelli, classe ’67, racconta il suo primo incontro ravvicinato con il porno. Allora aveva dieci anni e, passando per via Rizzoli, nel centro di Bologna, c’era un cinemino per adulti, chiamato Royal rouge («ormai sostituito dal Nike store», racconta l’artista) che pubblicizzava i suoi film proibiti con seducenti locandine, in modo da accalappiare i passanti. Oltre al tema scottante e particolarmente attraente per un ragazzino nel pieno del subbuglio ormonale pre-adolescenziale, fu la grafica di quelle locandine a conquistare Favelli. In quel mondo sconosciuto, a cui viene iniziato forse un po’ precocemente e soprattutto involontariamente, che definisce anche «audace, libero ma supervietato» esisteva una percentuale di improbabili nomi femminili mai sentiti nel mondo reale. Non capita tutti i giorni di chiamare qualcuno Rimmel, Sex Diamond, Sensation. Questo primo contatto vietato ai minori è rimasto impresso nella memoria dell’artista, che ha deciso di raccontare la vicenda attraverso un’installazione. Il progetto site-specific è stato presentato di recente alla galleria Dispari&dispari project, durante la sua partecipazione all’edizione 2014 di ArteFiera Bologna, affiancato da diverse opere dell’artista e da alcuni collage da lui realizzati con manifesti a sfondo pornografico degli anni ’70 e ’80.

Flavio Favelli è ormai un artista consacrato. Vive attualmente a Savigno, in provincia di Bologna e i suoi successi sono riconosciuti in tutta Italia e all’estero. Ha esposto al Mambo, alla Biennale di Venezia e di recente è stato protagonista di una performance, in cui ha trasformato il palco dell’Oratorio di San Filippo Neri a Bologna in una sorta di gabbia, che diventava vetrina dei suoi ricordi, agendo anche in questo caso, quindi, in nome della sua memoria. Lavorando a installazioni, servendosi di oggetti di natura differente, da materiali di scarto e di recupero a elementi del quotidiano (piatti, ceramiche, vasi, francobolli…), l’artista da sempre si concentra nel presentificare il suo passato, cercando di mettere a fuoco le immagini che la memoria gli suggerisce. Si guarda indietro non solo con un’occhio un po’ vintage che ricuce nel tresh dei ricordi dal sapore anni ’80, ma anche con lo sguardo di chi vuole cristallizzare il tempo che passa, raccontando storie, condividendole con il pubblico.

Per quest’installazione Favelli ha voluto creare un suo cinema personale, luci a neon violetto, pavimento nero patinato e ovunque le scritte delle sue eroine del passato o i titoli dei film che leggeva, che hanno plasmato le fantasie proibite e il vissuto. Nel ricreare l’ambiente che da piccolo si era immaginato, lo fa a modo suo: si ritaglia uno spazio privato in cui i sogni proibiti di bambino si materializzano in poster, nei quali ciò che c’è di più scabroso sono le scritte in grassetto o al massimo un paio di labbra carnose. Nessun nudo, nessun seno scoperto, ma solo quello che i ricordi hanno scalfito nella sua memoria. Quell’estetica grafica che, sebbene innocua per chiunque la osservi, in realtà cela dietro di sé un aspetto fortemente evocativo. Il titolo, Royal Rouge, rimanda inoltre a un luogo che non esiste più, al quale egli regala il suo pudico omaggio infantile, riportandolo per qualche momento in vita.

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