Ugo Mulas incontra Calder

Se avevi vent’anni nei primi anni Cinquanta e abitavi a Milano, diventare artista era un gioco da ragazzi. Il primo passo, importante ma non fondamentale, era iscriversi all’accademia di Brera; il secondo, imprescindibile e base fondante per il primo, era frequentare il bar Jamaica. Inutile stare qui a tirare giù una lista di cosa si poteva fare e di chi c’era nella città in quel periodo, forse basta ricordare la presenza di Piero Manzoni e del suo genio per descrivere l’epoca. Tutto questo per dire che se Ugo Mulas (che nella sua vita pensava di fare l’avvocato) è arrivato a fotografare Alexander Calder (insieme a un’infinità di altri artisti) è perché qualcuno ha pensato bene di regalargli una macchinetta fotografica da quattro soldi proprio al Jamaica: «Ero uno studente, bivaccavo quasi sempre in quella specie di caffè che era allora il Jamaica – dice Mulas – una latteria dove si riunivano dei pittori. Qualcuno m’ha prestato una vecchia macchina e mi ha detto: – Un centesimo e undici al sole, un venticinquesimo cinque-sei all’ombra – E io, con un’enorme diffidenza, ho preso in mano questa macchina». Da qui la storia la conosciamo tutti.

La galleria Merano arte fino al18 maggio presenta 36 immagini provenienti direttamente dall’archivio di Ugo Mulas nella mostra curata da Valerio Dehò e intitolata Circus Calder. L’esposizione è tutta incentrata sull’occhio del fotografo che scopre le prime opere dell’artista statunitense risalenti al suo periodo parigino dei primi anni Venti. Mulas decide di puntare il suo obbiettivo sulla prima opera di Caldar che mette in scena i primi giochi articolati. Ispirato da un giocattolaio serbo che aveva conosciuto a Parigi, l’americano, si cimenta nella costruzione di oggetti delicati tenuti in piedi da un filo di ferro, costruiti per essere chiusi e trasportati in valigia come insegna la tradizione dei burattinai. L’opera segna un passaggio nell’arte di Calder che qui comincia a interessarsi di arte cinetica, passione che sarà la base delle sue successive costruzioni astratte grazie alle quali diventerà l’artista che noi tutti conosciamo.

La storia di Ugo Mulas e di Calder è quella di una grande amicizia. I due si erano conosciuti nel 1962 a Spoleto, dove Mulas era stato invitato da Giovanni Carandente a ritrarre gli artisti presenti alla mostra che in occasione del Festival dei Due Mondi aveva trasformato Spoleto in “Città-museo a cielo aperto”. Questo legame ha trovato espressione nel ciclo fotografico che Mulas ha dedicato alle opere ma anche ai gesti creativi e personali dello scultore americano. Attraverso di essi, ha fornito una chiave d’interpretazione dell’opera di uno degli scultori più importanti del XX secolo. Nei suoi scatti, i pupazzi del circo diventano i veri e propri soggetti delle immagini, colti spesso in primo piano, talvolta anche da un punto di vista più distante, che rende tutta la globalità di quello che era in effetti il loro “ruolo performativo”. Come di consueto, le fotografie di Mulas non fungono da documentazione critica del lavoro di un altro creativo, ma assumono uno statuto estetico indipendente, profilandosi come opere compiute, dotate di una cifra stilistica del tutto autonoma.

Fino al 18 maggio; Merano arte, via Portici 163; info: www.kunstmeranoarte.org

Articoli correlati