Il ruolo politico di Cartier-Bresson

Parigi

Il Centre Pompidou di Parigi, a dieci anni dalla scomparsa, dedica una mostra al grande fotografo rilanciandone soprattutto il ruolo politico. A volere questa retrospettiva l’ultima moglie Martine Franck, prima di morire un anno fa e la direttrice della fondazione HCB, Agnés Sire. A compierla, fra tre settimane, il direttore del fotografico al Centre Pompidou Clément Chéroux che ha “scovato” l’anello mancante tra il Cartier-Bresson surrealista dell’anteguerra e il fotogiornalista, tra il Bresson artista e reporter. Non è altro che il giovane parigino colto e curioso che si avvicina al partito comunista seguendo André Breton, mettendo il suo occhio al servizio della rivoluzione, degli emarginati e dei proletari. Proviene da una delle famiglie più ricche della Francia ma, sollecitato da Aragon, comincia a seguire corsi di marxismo-leninismo e i congressi dell’associazione degli artisti rivoluzionari, l’Aear. Il “terzo” Bresson è anche il giovane viaggiatore che cerca in Messico le speranze di una rivoluzione e frequenta negli Stati Uniti i circoli radicali, i neri della Harlem Renaissance per tornare poi in Francia e mettersi a lavorare con Renoir, Buñuel e Pabst mentre fa documentari sulla guerra in Spagna e sulla Liberazione. Segni di una coerenza politica celati dietro la volontà di creare la Magnum come cooperativa autogestita di fotografi, la scelta di assegnarsi la copertura dei paesi in lotta anticoloniale come l’India e la Cina e lquella nel 1974, di abbandonare la fotografia di mestiere dedicandosi soprattutto al disegno. Pronti a cadere anche alcuni dei luoghi comuni che gravitano intorno alla sua figura come la presunta antipatia per il colore, smentita dagli archivi, o il famigerato bordino nero «vietato ritagliare le foto», che compare invece molto tardi. Una mostra che svela ciò che non si può assolutamente perdere.