Graffiti sul Tevere, parla Kentridge: «Roma teme la mia arte»

Roma

È ancora stallo sull’idea di affidare all’artista sudafricano William Kentridge il compito di “affrescare” le mura degli argini del Tevere con i suoi graffiti. Oggi l’artista parla al Messaggero in una lunga intervista e ammette di essere un po’ «deluso dalla decisione del ministero di mantenere il Tevere nel suo stato tanto invisibile quanto inutilizzato». Tuttavia l’artista non si sconforta e ammette di essere ottimista sul fatto che alla fine il progetto vada in porto. Sulla vicenda, ben documentata sin dagli esordi sul quotidiano romano, si sono espresse molte autorità competenti, dal comune al ministero, fino ai cittadini di Roma, che si sono dichiarati, in larga maggioranza, entusiasti di poter vedere quest’opera di arte contemporanea nel contesto rinascimentale del centro storico di Roma. Sembra, invece, che proprio dagli uffici del ministero dei Beni culturali si stia prendendo tempo e che l’euforia sia molto mitigata dal giudizio critico dell’opera. Ammette lo stesso Kentridge, nell’intervista: «C’è a mio avviso un problema di ordine culturale più che di vera obiezione al progetto». Il graffito dovrebbe infatti raccontare i momenti di gloria e di dramma vissuti dalla capitale, dagli imperatori antichi fino ai deportati durante il Nazismo, per arrivare alla storia del rapimento di Aldo Moro». «Se vi è un’ansia reale nei confronti di questo progetto – prosegue ancora Kentridge come riporta il Messaggero – è un’ansia riconducibile alla storia che verrebbe raffigurata, una storia eroica ma al tempo stesso vergognosa». Ora la palla è passata al Mibac. E tutti i sostenitori di questo innovativo progetto non aspettano che una risposta auspicabilmente positiva.

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