Un libro è il calco di un’esperienza interiore, l’orma delle storie che hanno attraversato un orizzonte privato della conoscenza del mondo. New York 1990, sono al termine di un corso di studi di fotografia, ho ventun’anni, il mondo è dinanzi agli occhi, immediato e irrangiungibile. Chiave o pretesto, in quel tempo credo che la photographie du réel sia il linguaggio per penetrare l’universo impervio e scabroso di quegli uomini che nell’immaginario collettivo di un passato recente appaiono come archetipi di un “ideale” del maschio occidentale – pugili, minatori, legionari, toreri, pompieri, marinai – realtà umane impenetrabili al mio sguardo. Trascinata da una corsa febbrile a tutto questo allora non penso. In una cieca compulsione voglio vedere, voglio guardare ogni cosa che mi sembra impossibile da avvicinare.
Ogni anno si sposta il punto di vista su incomprensibili codici e gesti ripetuti come atti rituali. Attributi esteriori, i paramenti si svuotano e disvelano ciò che non sapevo di cercare: non la figura maschile incarnata di una forza presunta ma, spogliato l’individuo, la sua assurda fragilità, struggente nello scontro fisico estremo. Nel sesto anno il progetto si definisce sull’arco di un solo orizzonte e, soltanto nel compimento finale, inizio a capire che gli occhi cercano di trattenere quanto in ogni istante sfugge alla realtà del visibile. Nell’eco delle voci, al vivo di quei giorni, in queste pagine, ventitré anni dopo l’avvio del progetto Des hommes, ho voluto ritrovare il respiro che l’ha portato per dieci anni.
Giorgia Fiorio, Figurae, ill. con un testo di Régis Debray e postfazione di Gabriel Bauret, Marsilio, 176 pag. 30 euro Info: www.giorgiafiorio.org








