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Biennale, la nomina di Enwezor divide: Sgarbi e Baratta favorevoli. Daverio è contrario

La nomina di Okwui Enwezor come direttore del settore Arti visive della prossima Biennale di Venezia sta facendo discutere il mondo artistico e culturale italiano. C’è a chi piace… E a chi non piace. Come al solito. A Vittorio Sgarbi, per esempio, piace: «Non dubito che si andrà benissimo: evidentemente, visto il suo curriculum, è un critico militante dell’arte contemporanea e indubbiamente per dirigere l’Esposizione internazionale serve che il curatore abbia una militanza nel contemporaneo, sia organico all’idea di arte contemporanea. Staremo a vedere quali scelte farà». Il critico d’arte commenta così la nuova gestione.

Gli fa eco il presidente della Biennale di Venezia Paolo Baratta, che difende la sua scelta con orgoglio, senza, chiaramente, dimenticare i meriti di Massimiliano Gioni. «Abbiamo chiuso una straordinaria mostra ricerca dove si è cimentato con grande successo Massimiliano Gioni, che ha ottenuto il record dei visitatori, in particolare dei giovani visitatori, coinvolgendo così la più ampia fascia di pubblico di sempre nell’esperienza culturale ed emotiva che la Biennale può suscitare». «Ci rivolgiamo ora, per la prossima edizione – ha proseguito Baratta – a una persona che ha già alle spalle numerose esperienze, con un vasto bagaglio di attività e studi rivolti ai molteplici temi relativi all’arte e che si è confrontato criticamente col complesso fenomeno della globalizzazione, a fronte delle espressioni provenienti da radici locali». «La personale esperienza di Enwezor – ha concluso Baratta – è un punto di riferimento decisivo per l’ampiezza del raggio geografico di analisi, per la profondità temporale degli sviluppi recenti nel mondo dell’arte, per la variegata ricchezza del presente».

Voce fuori dal coro, quella di Philippe Daverio: «Enwezor è una brava persona nel senso comune, in Italia, di questa definizione. Mi domando perché la Biennale, in materia d’arte, abbia sempre bisogno, come un piccolo borghese di provincia, di stupire attraverso bizzarrie; perché sembri non essere mai interessata ai temi del paese che principalmente la sovvenziona, l’Italia. Ormai la situazione è patologica, chi ricorda più niente della Biennale appena conclusa». Il critico d’arte Philippe Daverio commenta così la nomina del nigeriano Okwui Enwezor. E aggiunge: «Mi domando poi perché, a fronte della spesa di oltre 10 milioni di euro pubblici, si calpesti nei percorsi di nomina ogni trasparenza – prosegue Daverio – se ci fosse un concorso, un dibattito curricolare non sarebbe meglio?! Sembra di avere di fronte una società segreta che compie di volta in volta nomine incompresibili per il pubblico, eppure a finanziare il tutto sono i contribuenti italiani. Ormai da 10 anni la Biennale è ostaggio del mercato statunitense che la utilizza come palcoscenico a basso costo. Non serve una brava persona – si autocita Daverio – serve capire come intervenire in un dibattito mondiale dove si confrontano la perenne volontà imperiale degli Usa, il disordine europeo e un mondo orientale che sta diventando sempre più importante e ormai non guarda verso di noi. La Biennale di architettura è più interessante, quella d’arte ormai non interessa più nessuno e con quest’ultima scelta continua a genuflettersi di fronte al business newyorkese», conclude Daverio.

Per leggere l’articolo con la biografia di Enwezor clicca qui.

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