Interventi - La finestra sul mondo

Fausto Melotti, il teatro della vita

Fausto Melotti è oggi distante dai grandi nomi noti al pubblico dei musei. La ragione di tali assenze nel corpus della storia dell’arte sono solitamente spiegate da una varietà di fattori economici, politici e sociali, ma la relativa emarginazione di Melotti sembra particolarmente dura da scandagliare. Comunque, se consideriamo che la musica di Bach è stata raramente suonata per un secolo dopo la sua morte, o che Vincent van Gogh ha dipinto un solo dipinto nell’arco della vita, o che i capolavori preraffaelliti erano appena noti all’estero negli anni ’40, i cambiamenti nei gusti e nelle mode possono solo essere attribuiti a periodiche dimenticanze culturali. Uno scioccante cambiamento di questi giudizi di valore sembra essere il classico studio in tre volumi di Gerald ReitlingerThe economics of taste (1961– 1970), che documenta secoli di tali fluttuazioni nella percezione estetica riflessa e guidata da forze estranee al merito artistico. Per esempio, il futurismo italiano, oggi ritenuto un capitolo essenziale nello sviluppo dell’arte moderna, era profondamente fuori moda dopo la seconda guerra mondiale. Un persistente fastidio verso gli innegabili legami tra gli esponenti futuristi e i fascisti di Mussolini costituiva un’anatema verso le opere di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Filippo Tommaso Marinetti, Gino Severini e dei loro colleghi, per molti collezionisti benpensanti. Questa emarginazione nel dopoguerra portò Alfred H. Barr Jr, fondatore e direttore del Museo di arte moderna di New York, a spingere la sua amica, l’astuta esperta americana Lydia Winston Malbin (1897–1989) ad ammassare quella che era considerata la migliore sopravvivenza del futurismo italiano. Per una varietà di fattori politici e finanziari, gli artisti italiani del dopoguerra sono stati particolarmente inclini alla sindrome del successo iniziale, infondate eclissi e riprese tardive. I maggiori esempi di questo ciclo in anni recenti sono stati Lucio Fontana, Alighiero Boetti e Piero Manzoni, che si sono visti accordare tutti uno status maggiore dopo la morte che durante la loro vita.

Fausto Melotti era nato nella città del Nord Italia di Rovereto, un piccolo ma significativo centro culturale dove, quando Melotti era diciottenne, l’artista multimediale Fortunato Depero fondò la sua Casa delle arti futuriste, per la fabbricazione e la fornitura di tappeti e giocattoli in stile futurista. All’inizio della prima guerra mondiale la famiglia di Melotti si trasferì a Firenze, dove le opere dei maestri del grande rinascimento esercitarono una profonda impressione su di lui. Diplomatosi ingegnere elettrico al Politecnico di Milano (la città che divenne la sua residenza per il resto della vita), nel 1922 decise di dedicarsi alla scultura. Studiò all’inizio con lo scultore accademico Pietro Canonica nel suo atelier torinese, poi all’Accademia di Brera, a Milano, con un altro tradizionalista, Adolfo Wildt. Nel 1930 Melotti incontrò il decano degli architetti e designer indiustriali Giò Ponti (1891–1979), collega del Politecnico, che come designer alla prestigiosa industria di porcellane Richard-Ginori firmava il caratteristico impeto moderno. Ponti invitò Melotti a lavorare lì, e questa associazione introdusse lo scultore alle possibilità espressive della ceramica, il materiale che avrebbe impiegato con notevole successo nelle incantevoli figure umane cicladiche che creò.

A disagio coi limiti della scultura rappresentativa, Melotti gravitava verso il gruppo di artisti e intellettuali che frequentavano la galleria Il milione, in prima fila nel mercato dell’arte d’avanguardia. (Fra gli artisti conosciuti qui c’erano Kandinskij, Josef Albers e Fontana, di due anni più anziano). Nel 1935 Melotti fece qui la sua prima personale, una notevole serie di diciotto composizioni astratte in vari materiali (compresa la sublime Scultura n. 17, composta da sottili elementi metallici geometricamente precisi che pronosticava il suo indirizzo per il successivo mezzo secolo).  La completa preparazione classica restava evidente nelle proporzioni perfette di quelle avanzate ma disciplinatissime invenzioni. Durante quella decade Melotti divenne intimo di molti esponenti dell’architettura razionalista, inclusi i soci Luigi Figini e Gino Pollini (poi suo cognato), nella cui Casa elettrica alla Triennale di Monza del 1930 vennero mostrati due bassorilievi in gesso dello scultore. Rimase amico di Ponti, con cui aveva collaborato nell’allestimento alla mostra su Leonardo tenuta alla Triennale di Milano del 1939. Prima che la guerra desse un altolà alle commissioni di sculture pubbliche su larga scala, Melotti lavorò a quattro monumentali figure in marmo di Carrara per il Palazzo delle forze armate di Figini e Pollini, all’Esposizione universale di Roma di Mussolini del 1942, cancellata prima dell’apertura. Quelli che più tardi definì i suoi “anni del silenzio” culminarono con la distruzione dello studio milanese con i suoi lavori durante un bombardamento alleato nel 1943. Questa mostra, sebbene non voglia essere una completa retrospettiva, costituisce comunque un campione rappresentativo dei maggiori temi e formati che ricorsero nei lavori di Melotti attraverso durante la sua carriera [...].

Fausto Melotti, Waddington Custot Galleries, 11 Cork Street, Londra, fino al 20 dicembre. Info: www.waddingtoncustot.com

estratto dal catalogo, cortesia Waddington Custot Galleries e dell’autore

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