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Bacon, Warhol, Koons: l’asta dei record

Alla faccia della crisi. Delle mirabolanti peripezie di chi deve mettere assieme il pranzo con la cena, un tetto con un letto. E alla faccia di chi si scandalizza se la quotazione di un’opera raggiunge ormai il pil di buona parte dei paesi dell’Ue. Certo è che l’asta conclusa martedì sera da Christie’s, al 20 di Rockfeller plaza a New York, sfiorando il tetto dei 700milioni di dollari – e un paio di battute che sono passate alla storia, dice assai più di quanto dicano le quotazioni record. Le opere, anzitutto. Il trittico di Francis Bacon, Studio per Lucian Freud, del ’69, supera i 142 milioni di dollari, stracciando il precedente record dell’Urlo di Munch fermo a quota 120 e aggiudicandosi la palma dell’opera più cara nella storia dell’arte. Niente male neppure il venduto di un’opera della disgustosa serie Silver crash car di Andy Warhol, del ’63,  che ha toccato i 105 milioni di dollari. Il top per l’artista che ha saputo celebrare in arte e trasformare in dollari sonanti anche gli scapocchiamenti automobilistici del ceto medio americano. Un piazzamento che porta l’ex immigrato di origini slovacche Andrew Warhola un milioncino tondo sotto Picasso e uno sopra Giacometti nelle classifiche di sempre.

Ma il botto vero l’ha fatto Balloon dog, uno dei cinque simpatici cagnetti d’acciaio inossidabile alti cinque metri dell’ex partner di Ilona Staller, in arte Cicciolina, Jeff Koons, battuto alla bella cifra di 58,4 milioni. Ha ben ragione di gongolare Tobias Meyer, responsabile dell’asta, che a conclusione dell’evento ha commentato: «Il mercato è vivace e felice». La pensano sicuramente come lui quel centinaio e passa di miliardari – su un campione di 2.179 – che, intervistati dalla società  Wealth-X indicano nell’arte il loro hobby preferito. Seguono, per dovere di cronaca, l’aviazione e gli investimenti immobiliari. L’arte tira più del mattone, quindi, nella grande mela come a casa nostra, se Abo interpellato da Repubblica discetta: «Sono tutti beni rifugio. Il muro di sfiducia è caduto. Il sistema dell’arte restituisce nuove garanzie. Avanguardie storiche e contemporanei abitano un unico condominio». Più entusiasta ancora Massimiliano Gioni, che poche righe addietro nel medesimo pezzo lamenta come «il luccichio dei prezzi ci fa perdere di vista la portata critica di certe opere che troppo spesso vengono ridotte a costosissimi soprammobili o giocattoli di lusso». Saltando a pié pari l’indicibile portato critico del cagnetto in questione – ma pure del resto – Massimo Di Carlo, un’autorità nell’ambito dei galleristi, dichiara senza mezzi termini: «I super milionari, tranne pochi casi, non comprano perché conoscono l’arte. Sono influenzati dai loro advisor e dalle case d’asta che pubblicano cataloghi come fossero elenchi del telefono, e trasformano le vendite in manovre finanziarie». Insomma, secondo il presidente dell’Associazione nazionale galleristi d’arte moderna e contemporanea, nella sera newyorchese «si è consumata una sorta di notte degli Oscar del mondo dell’arte», una sagra del glamour dalla quale «collezionisti autentici e galleristi preparati, non disponibili a operazioni studiate a tavolino» si terrebbero alla larga.

E allora? Hanno ragione gli entusiasti, anime belle o critici à la page che siano, che scommettono sul valore di un’opera a partire dallo sventolìo dei verdoni e vedono la ripresa dietro l’angolo come l’algido Letta, o Jean Clair che paragona il cane a palloncino del miracolato Koons et similia agli hedge fund, i fondi spazzatura capaci di triturare valanghe di bigliettoni, beni che più immateriali non si può ma che godono di un’incredibile aura e valore di mercato? Forse, più semplicemente, cosa si può chiedere a chi balla sull’orlo del baratro se non di credere alla qualunque, pur di non catafottersi giù? Cosa si può dire di chi regge la fune, se non di continuare a tirarla, augurandosi che non si spezzi? I milioni fanno sognare, soprattutto chi dei milioni non può fare altro. Anche un’asta da Christie’s può servire a superare la notte più buja, allora, anche un record può farci credere di vivere tempi felici. Prosit.

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