Photoquai, focus sulle persone

“Quando sono consapevole di essere fotografato – scrive Roland Barthes – mi trasformo in un’immagine”. Per me queste parole evocano l’inafferrabile e gratificante scambio che si verifica ogni qualvolta gli sguardi si incontrano. C’è l’occhio di chi è catturato nel suo ambiente, del fotografo che ferma quel momento e l’unione dei due in quello dell’osservatore esterno. Ecco il motivo per il quale ho scelto di incentrare questa quarta edizione di Photoquai sulle persone, sviluppando il focus non tanto come un tema fisso ma più come un filo conduttore. Ho chiesto a otto curatori dell’Asia, dell’America Latina, di Australia e Africa, di presentarmi fotografi ancora sconosciuti in Europa. Circa duecento artisti raggruppati in quaranta reportage, dove ciascuno porta un’eco del nostro mondo, una riflessione sul contatto umano e su momenti condivisi senza alcuna restrizione. Ogni gruppo di immagini sembra trasmettere lo stesso messaggio, quasi in forma di appello: Guardami. In mostra i più svariati punti di vista raccolti da ogni angolo della terra: persone che vengono viste e coloro che le vedono, il mondo reale osservato senza alcuna sorta di esoterismo, pregiudizio o divisioni etniche. Oggi i confini tra vita pubblica e privata si stanno sgretolando, come si azzerano anche le distanze fra le persone. Le immagini digitali trasmesse e pubblicate nella rete, in particolare nei social network, sono scambiate e condivise in tempo reale a una folle velocità. Questa onnipresenza può spaventare ma contemporaneamente ci rimanda a una descrizione narrativa dell’esistenza dove contesti e ambienti possono essere compresi molto più facilmente che in passato grazie alla comunicazione globale.

Presentata come un muro di immagini lungo la Senna, subito fuori il Museo du quai Branly e nei suoi giardini, questo tipo di realtà contemporanea offre l’occhio a una moltitudine d’identità. Sta allo spettatore (un passante, un fotoamatore o un semplice curioso) fermarsi e osservare. Leggere il nostro pianeta attraverso le persone che si sono lasciate guardare può portare a una consapevolezza condivisa che unisce il fotografo, i protagonisti dello scatto e l’osservatore. Questa visione multiforme ha tutta la potenza di una conversazione dove l’empatia e l’arte si fanno sorgenti di uno scambio conoscitivo. Donne saudite che coprono i loro volti a Londra, cattolici che svolgono funzioni religiose nei centri commerciali filippini, fanno parte di un’infinità di storie diverse, totalmente indipendenti, eppure in ogni caso legate alle speranze, ai paradossi, al dolore e alla saggezza di persone che vivono un ambiente. Non esistono confini qui, le immagini fanno pare di una geografia umana costruita da gente che volontariamente ha offerto un proprio spezzato di vita quotidiana per entrare in una narrazione più grande che mostra, piuttosto che dimostrare, e afferma ma senza pretese di definizione.

La fotografia così ferma le nuvole nel loro corso, offre una pausa in una metafora temporale. Con un singolo, minuscolo dettaglio – un pezzo di carta per terra, un cane randagio – può trasformare una descrizione in un simbolo. Con un ritratto, una silhouette per esempio, può rilevare un altro mondo, racchiudere tutta una società, presentare l’uomo come misura di tutte le cose e l’umanità come la vera scala dell’universo. Questo è il significato di Photoquai, assorbire, interpretare e condividere. Non sono un teorico, sono più un uomo assetato di dialogo. Per frantumare le frontiere, sia letteralmente che figurativamente, moltiplico spontaneamente il mio uso globalizzato dell’immagine. Ho iniziato con riviste e documentari – Ojodepez a Madrid, Il mondo secondo Berlino, Punctum a Nuova Delphi – e adesso sono diventato direttore artistico di questo festival. Per me la fotografia è un trampolino di lancio per il dialogo, chiedo l’impegno costante degli altri senza scopo se non la celebrazione della vita.

Photoquai, Phq4, biennale di immagini del mondo, a cura di Frank Kalero, fino al 17 novembre lungo la Senna al museo del quai Branly, a Parigi. Info: www.photoquai.fr

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