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Entartete Kunst

Era un appartamento buio, le finestre erano chiuse e dalle imposte trapelava un filo di luce appena sufficiente a illuminare la polvere della stanza. Odore di umido e stantio è quello che ha colpito le forze dell’ordine entrate nell’abitazione di un anziano ottantacinquenne. Nessun clamore da gangster, nessuna porta buttata giù. Nel suo appartamento tedesco, a Monaco, Rolf Nikolaus Cornelius Gurlitt ha accolto i controlli senza opporre alcuna resistenza. Gurlitt era sospettato di evadere le tasse, non aveva un lavoro, non possedeva un mutuo, nè un codice fiscale, era stato fermato tempo prima in un treno proveniente da Zurigo (verso Monaco) con 9,000 euro in biglietti da 500. Da quel giorno, insospettita, la polizia aveva cominciato a indagare sul personaggio. Dicono che quasi piangesse Gurlitt quando fra la penombra, dietro chissà quali cianfrusaglie, accatastate l’une sulle altre, la finanza tedesca ha cominciato a portare via le 1,500 opere d’arte, le sue 1,500 opere d’arte. Uscivano dalla casa i lavori di Picasso, Chagall, Matisse, Marc, Kokoschka, Nolde e Klee. Gurlitt li aveva ereditati dal padre collezionista, li vendeva in nero, sottobanco, di tanto in tanto per continuare a vivere. Il vecchio sull’uscio, di fronte alla sfilata dell’abbandono, ha giurato che alla sua morte avrebbe lasciato tutto alla Germania. La scoperta d’opere d’arte più grande della storia è avvenuta, se vogliamo fare una metafora, come si butta dentro un boss mafioso perché non ha raccolto gli escrementi del suo cane sul marciapiede. Questo basterebbe a farne una bella storia da raccontare ma quelle 1500 opere erano state sequestrate durante il nazismo perché ritenute degenerate, amorali e antiestetiche.

Più o meno ciclicamente l’uomo, nella sua storia, si è rigirato contro le immagini da lui stesso create. La damnatio memoriae è uno dei primi esempi di questa pratica: nell’antica Roma si cercava di eliminare il ricordo di una persona perché considerato nemico della città, rovinando o cancellando il suo volto per non tramandarlo ai posteri. Distruggere le raffigurazioni che rappresentavano il divino in tutte le sue forme salvando (per un certo periodo) solo la croce è il tema dell’iconoclastia che come un’accetta si è abbattuta a periodi alterni sull’impero bizantino cancellando tutta l’arte precedente e trasformando chiese in edifici decorati con austerità. Se il risultato è lo stesso della damnatio memorie, con l’iconoclastia entra in ballo il potere imperiale che cerca in tutti i modi di fermare l’espansione territoriale dei monasteri, gli unici a poter eseguire icone (oltre a non pagare tasse ed essere esenti dal servizio militare, cose che non andavo giù a chi deteneva il controllo dell’impero terrestre). Il motivo ufficiale della distruzione del sacro era chiaro: portava ad adorare un’immagine e non ciò che simboleggiava, chiamatela se volete idolatrìa. Simile, con un salto temporale, al falò delle vanità di Girolamo Savonarola, appiccato il 7 febbraio del 1497, ovvero durante il martedì grasso. Sul rogo diventarono cenere (oltre ai consueti gingilli responsabili della perdizione umana come specchi e gioielli) anche alcune opere profane d’artisti considerate blasfeme. Fra i lavori distrutti compaiono anche un paio d’opere di Botticelli, che secondo il Vasari ha lui stesso dato alle fiamme. “Beato il paese che non ha bisogno d’eroi” avrà pensato, come fece dire Brecht a Galilei. Nonostante l’etereogenità delle cause, la distruzione d’immagini è legata al potere immenso delle stesse. La capacità di comunicare rapidamente e praticamente a tutti è alla base dello spauracchio di tutte le pratiche iconoclaste. Paura che condividevano i tre regimi totalitari che nel secolo scorso hanno segnato l’arte contamporanea.

Timore immenso e sensato quello che spinse Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista, su consiglio di Hitler a passare al bando tutte le opere d’avanguardia riunendole sotto il nome (e una omonima mostra) di arte degenerata. La possibilità di una visione diversa del reale era un concetto che il nazismo non poteva permettersi. Nel 1937 a Monaco viene organizzata una grande esposizione che raccoglieva il meglio della ricerca artistica tedesca d’avanguardia: dipinti e sculture venivano messi in bella mostra per additarle al pubblico disprezzo, ciò che di meglio aveva prodotto la Germania (e l’Europa) in fatto d’arte era bandito e considerato Entartete Kunst, arte degenerata, appunto. Contro ebrei e comunisti che “si sono da sempre accaniti a distruggere l’arte tedesca – è scritto nel catalogo della mostra – l’esposizione si propone di aiutare i tedeschi affinché possano condurre una vita sana e onesta”. Banditi quindi i colori accesi dell’espressionismo, le geometrie dell’astrattismo, la scomposizione del cubismo, le provocazioni dadaiste e l’inconscio surrealista, quello che rimane sono forme classiche svuotate di ogni ricerca e votate alla propaganda del regime. Estetica affine a quella fascista, se non fosse che questa non è mai riuscita ad avere una così forte omogeneità stilistica. Coincidenza che proprio verso gli anni Venti comincia ad imporsi in Europa, dopo l’ubriacatura delle avanguardie, il cosiddetto ritorno all’ordine, dove alle forme folli si sostituiscono linee che ricalcano una mimesi, seppure distorta e non ignara delle sperimentazioni precedenti, della realtà come in Grosz, Schad o Hubbuch; ritorno all’ordine da noi sostenuto con la rivista Valori plastici capeggiata dai fratelli De Chirico. È questo periodo di riflessioni e incertezze che viene bruscamente interrotto con il bavaglio dei totalitarismi.

Per forza di cose gli artisti sono stati costretti a passare l’Oceano approdando negli Stati Uniti dove lontani dal trovare un clima culturale estraneo ai fermenti europei, scoprirono un’atmosfera vivace, preparata negli anni precedenti anche dai viaggi di Duchamp autore in terra americana dell’arcinota Society of independent artists. Lontani dalle dittature e dalla pesante tradizione europea, gli artisti statunitensi esplorano nuovi confini alternando ispirazioni surrealiste a influenze realiste e portando avanti il discorso sulla fotografia ancora poco accettata come arte. È da questo humus che nasceranno artisti come De Kooning, Kline, Pollock, Rothko, è da questo momento che l’Europa smette di essere quella che è stata per secoli.

Insomma quello che la polizia finanziaria tedesca ha messo a punto nella casa a Monaco dell’anziano collezionista non è solo il ritrovamento d’opere d’arte più grande della storia scoperto per caso ma è la fine di un mondo accatastato alla bene e meglio fra la polvere e l’umidità.

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