Interventi - La finestra sul mondo

Calder e Melotti, figli del cielo

Immaginare il cielo come spazio privilegiato della scultura mobile, terraerea mai desolata dove l’opera volante anima l’azzurro gassoso con la sua evidenza muscolare. Immaginare alcune sculture come figlie solide di quella geografia a curvatura costante, dove la quinta celeste avvolge e accompagna il movimento aerobico dell’opera. Gli artisti del cielo sono entità rare e preziosissime che appartengono alla cosmogonia degli immaginari riconoscibili ma sfuggenti, intrisi di figurativismi ed erosioni del reale, archetipi geometrici e iridescenze fatali. Figli del cielo, creature solitarie che ribaltano la fragilità in veggenza, verso orizzonti che collegano il sole e la luna in un unico sguardo luminoso.

Da una parte Alexander Calder: sua la levità sospesa del sogno plastico, l’utopia frangibile del volo da fermo, il prodigio di un moto oscillatorio tra gesto reale e azione onirica. Dall’altra Fausto Melotti: sua la geometria sconfinante e dinamica, la tensione sonora con l’attitudine metafisica del pentagramma, la monolitica magrezza dei suoi paesaggi filamentosi. Due artisti profondamente diversi ma atavicamente consanguinei, figli di un’ispirazione che legava lo stato solido della scultura alla vibrazione gassosa dell’aria, dando alla visione una coscienza liquida che la materia scultorea non aveva mai posseduto.

Calder appartiene al sole in modo poetico e trasversale. I rossi e i gialli che tornano nel corso degli anni, gli elementi mobili che sembrano raggi in preda ad onde sciamaniche, l’idea del nucleo centrale che irradia energia verso le zone periferiche. E poi la sua allegria accecante, l’ironia del fare che trasforma gli scarti in scatti: per Calder l’arte era energia luminosa dal peso universale e dalla comprensione liberatoria, un teatro di luci mediterranee e ombre estive, dove gli stessi neri si amalgamavano al riparo solare anziché all’incedere della notte.

Melotti appartiene alla luna in modo altrettanto poetico e decisamente più esplicito. Le sue sfere d’acciaio, le geometrie primitive, gli spicchi che della luna ricordano le fasi di crescita e decrescita. Sculture ondulatorie e sussultorie dall’armonia astronomica e dal pathos notturno, sorta di portali cosmici tra la conoscenza del passato e l’ignoto del tuffo futuro. Per Melotti la stessa riduzione cromatica, priva di fronzoli accesi, era la sintesi di una dimensione notturna, un pentagramma stellare di frammenti composti e controllabili.

Le opere di Calder volano verso l’alto, sembrano fuggire dal suolo, come se una qualche energia cosmica le calamitasse in direzione del cielo. Hanno un legame simbiotico col vento e la circolazione atmosferica delle stagioni, muovendosi come ali di farfalle colorate. Le opere di Melotti scendono, invece, verso il suolo, si ancorano alla terra in una specie di gravità costante, ricordando la fermezza zen degli alberi che dialogano con il vento mentre s’inerpicano sottoterra. Calder esprimeva legami metaforici con gli uccelli e il mondo animale in genere. Tutto fa pensare agli scheletri di volatili e insetti, alle sottili ali di farfalla, ai gabbiani che planano a favore di vento, ai pipistrelli che gestiscono la notte. Melotti esprimeva legami metaforici con gli alberi e il mondo vegetale in genere. Le sue sculture sono come cipressi dalle radici profonde, alberi che aspirano alla salita ma da fermi, con la metafisica dell’infinita attesa, tra Giorgio de Chirico e Samuel Beckett. Gli uccelli volano, prendono il largo, cambiano geografie: non è casuale che Calder si muovesse per il mondo con una certa predisposizione. E non è casuale che Melotti fosse uomo più stanziale, dando ragione alla sua indole montanara e a una certa idea dell’albero antropomorfo. Una mostra per raccontare due poeti plastici del Novecento, due scrittori della forma volumetrica che si sono confrontati, direttamente o meno, con Spoleto e la vita culturale italiana del Dopoguerra. Due disegnatori della materia aerea che usavano lo spazio come un foglio bianco e il tempo come una coscienza narrante.

Affinità geografiche… Spoleto è stata per Calder una terra immersiva, corpo archeologico del suo attaccamento alla natura, luogo di emozioni umane che alimentavano la “classicità” della sua profonda memoria. Per Melotti si è trattato di un confronto più dialettico, spazio propulsivo nel dibattito informale e nelle strategie linguistiche del linguaggio scultoreo. Qui a Spoleto, non dimentichiamolo, operò per decenni Giovanni Carandente, autore della mostra Sculture nella città, gigantesca kermesse con 104 sculture disseminate nel territorio urbano di Spoleto. Era il 1962 e fu un progetto innovativo per approccio e organizzazione. A quella mostra si affiancarono in futuro molteplici esperienze espositive, maturò il Premio Spoleto con le sue acquisizioni, il Festival dei due mondi diventò il centro estivo della cultura internazionale, diversi artisti soggiornarono per lunghi periodi in terra spoletina. Fu a Spoleto che Carandente costruì una delle più prestigiose collezioni museali sul territorio italiano, oggi raccolta dentro Palazzo Collicola arti visive e (ri)organizzata dal sottoscritto con rispetto filologico e senso del presente. Questa mostra parte proprio da qui, da una scelta che ausculta la collezione per indicare coordinate germinative.

Affinità materiche (e poetiche)… Qui la riflessione va compiuta partendo dalle similitudini estetiche e strutturali. Calder e Melotti amavano il ferro e le altre leghe malleabili, prediligendo la natura scheletrica della forma, la modularità ritmica, il legame della materia con l’aria e l’interazione umana. Giocavano tra pieni e vuoti, dando una narrazione alla singola scultura, creando immaginari poetici che solo il surrealismo aveva parzialmente indicato. Le loro opere detenevano l’indole del racconto da completare, erano storie metaforiche in forma plastica, architetture aeree che sfidavano la gravità con le loro alchimie poetiche. Nel 1962 Calder realizzò l’ormai leggendario Teodolapio. Si trattava di una delle 104 opere che Carandente disseminò a Spoleto per la mostra Sculture nella città. Oggi appartiene al cuore della città e accoglie chiunque passi per la stazione ferroviaria.

Carandente conobbe Calder a Roma nel 1956, quando lo scultore venne per la sua personale alla galleria dell’Obelisco. Dal 1962 il legame si rafforzò anche attraverso il collante spoletino, luogo mondano che risentiva del lavoro relazionale di Menotti, ideatore e nume tutelare del Festival dei due mondi. Ben altro approccio quello di Melotti, artista silenzioso e spesso ostico, uomo dal dna montanaro (nativo di Rovereto) che non mancava di lanciare critiche a chi non stimava ma, soprattutto, agli artisti che amava per pungolarli come sanno fare solo i grandi. Disse cose dal solido peso specifico, in modo netto e rigoroso, similmente alle sue sculture. Un esempio: “I tre parametri sui quali si può misurare la vita di una scultura sono: l’invenzione plastica, il concetto di sintesi e il concetto musicale. Se uno di essi è in difetto la scultura è in difetto”. Nella frase melottiana torna una parola determinante per Spoleto, musica: perché proprio nel luogo umbro nacquero relazioni dialettiche tra suono e visione, in particolare tra la teatralità del mondo musicale e lo spazio installativo degli oggetti. Melotti definì un concetto che a Spoleto trovava terreno fertile, non a caso Calder sentiva in Umbria la dimensione unica di un laboratorio armonico tra arte e vita.

Palazzo Collicola arti visive detiene una prestigiosa collezione dedicata ad Alexander Calder. Oltre al bozzetto del Teodelapio, vero e proprio stabile dalle proporzioni auree, ci saranno a Londra due mobiles, il ragno rosso in fil di ferro, il ritratto di Giovanni Carandente in fil di ferro, i tre ballerini realizzati col ferro dei tappi di champagne e due incredibili gouache su carta, una con la piovra e una con la sfera e la stella. Sempre dal museo spoletino giunge a Londra un’opera di Fausto Melotti, già presente nella collezione Collicola con una carta e un’altra scultura. L’opera scelta s’intitola “Insonnia” ed è associata ai famosi Teatrini che hanno dato lustro allo scultore di Rovereto.

 Alexander Calder occupa due sale nell’odierno allestimento della collezione Collicola. La prima introduce lo spettatore nel cuore progettuale ed è una soluzione monografica al cui centro campeggia il bozzetto del Teodelapio. Dentro una teca si possono inoltre seguire, foglio per foglio, l’ideazione e la crescita dell’opera, i telegrammi tra artista e critico, gli schizzi e i ripensamenti, le simbologie e i significati tra evidenza e nascondimento, le simbologie erotiche e riproduttive del Teodelapio… un’opera che ha rotto qualsiasi distanza tra figurazione e astrattismo, oltre la realtà e la metafora, dentro un archetipo gulliveriano che diede a Calder la certezza del suolo e la possibilità del volo su larga scala. Il Teodelapio ha un’apertura che permette, secondo il volere dell’artista, il passaggio degli autobus cittadini, come se l’opera fosse un ventre aperto, oltre il confine metamorfico di Henry Moore, oltre la foliazione statica di Richard Serra. Un capolavoro d’integrazione urbana attraverso la poesia metaforica di una forma non codificabile, indisciplinata per natura, moloch alieno dai contorni mitologici.

Ogni opera di Calder intreccia la magia del gesto ispirato, la metrica della poesia plastica, i tocchi minimi e catartici. Quel ritratto di Giovanni Carandente in fil di ferro, testa di puro perimetro ma di solida pienezza, gioco di spazi e luci nel costante moto oscillatorio. I tre ballerini nati da altrettanti tappi di champagne, un trio dinamico che attraversa Matisse e il Futurismo con la scioltezza del puro talento. Il grande ragno rosso in ferro, archetipo materno ma nel colore che non ti aspetti, figlio del sangue e del pericolo senza che decada l’ironia di cui Calder era artefice e artificiere. Il cavallino in carta, origami magistrale che ispira ritorni all’infanzia dentro le affinità elettive della vita adulta. La pittura su carta con la piovra nera, un sapiente incrocio tra l’astrazione surreale e una figurazione infantile. O l’altra carta con il sole rosso e la stella, sublime sintesi del paesaggio estivo ideale, quello dove l’indole mediterranea trascorre i migliori frangenti onirici.

Fausto Melotti aveva un legame profondo ma non esplicito con le antiche culture umbre. Penso da subito al rigore figurativo della pittura tra Trecento e Quattrocento, alle geometrie mistiche della composizione, agli elementi falsamente decorativi che completavano le scene religiose. Melotti sembrava concentrato sui dettagli geometrici, come se ricomponesse le linee spigolose dei polittici o sintetizzasse le dimensioni architettoniche degli spazi figurativi. La memoria va a Beato Angelico, ai suoi alberi stilizzati, ai colonnati, al ritmo tra pieni e vuoti… Da qui rivedo la liturgia compositiva di Melotti, il senso metaforico della sua archeologia futuribile, quel paesaggio mentale riportato ai segni essenziali. Tra gli artisti di anagrafe “straniera” mi sembra uno dei più umbri nel senso atavico del termine, uno dei più connessi ai valori iconografici del territorio archeologico.

Due uomini. Due artisti. Due “stranieri” che hanno vissuto l’Umbria con la stessa indole con cui affrontavano la vita, l’esperienza, l’opera. Da una parte Calder e la sua giovialità bulimica, quel suo gettarsi dentro gli ingredienti della vita. Dall’altra Melotti e la sua qualità introspettiva, fatta di riservatezza e maggiori silenzi. Modi opposti di amare un luogo e farlo proprio, ieri e per sempre. Il giorno di Calder. La notte di Melotti. I figli del cielo non smettono di parlare con le stelle…

Calder & Melotti: children of the sky, a cura di Gianluca Marziani, fino al 30 novembre, Ronchini Gallery, Dering street 22, W1S 1AN, Londra, info: www.ronchinigallery.com

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